De Marchi, l'eroismo della borghesia

Uno studio rilancia (e rivaluta) l'opera dello scrittore milanese

Giuseppe Conte

Anni fa mi capitò di leggere Demetrio Pianelli. Ne rimasi tanto colpito che il suo protagonista entrò nella mia privata galleria di personaggi letterari, eterni e proverbiali. Per me, il travet milanese Demetrio Pianelli divenne per antonomasia il rigore austero e triste, l'onestà dolente e sfortunata, il risparmio organizzato allo spasimo: l'unico, scarno eroismo possibile nella miseria piccolo-borghese. Pur avendo così amato il libro, non approfondii la conoscenza del suo autore, Emilio De Marchi (18511901).

A colmare questa mia lacuna, e soprattutto a riattualizzare la figura dello scrittore milanese trovo ora il saggio di Fabio Pierangeli, Emilio De Marchi. Condanna e perdono (Paolo Loffredo editore, pagg. 264, euro 18,50). Ne viene fuori un profilo d'autore quanto mai vivo e interessante, che si colloca sulla linea di Manzoni e di Parini, i sommi maestri lombardi per cui la letteratura non può essere ozio o trastullo ma deve essere di aiuto agli uomini e alla società nella ricerca del bene. C'è una forte componente civile e religiosa in De Marchi, che fu anche insegnante, giornalista, politico, e si impegnò in tante attività assistenziali e filantropiche. Coerentemente, respinge un'arte «parolaia» (non è tentato dall'espressionismo di Dossi, che poi riprenderanno i lombardi Gadda e Arbasino), e sostiene un'arte che sia «sollievo all'umanità sofferente». Vicino ai poveri e ai vinti non per ragioni ideologiche, ma in forza di un solidale umanesimo integrale, De Marchi sa anche che una società non si costruisce sull'odio di classe, ma «sull'energia di chi lavora». Pierangeli individua bene i temi portanti della sua narrativa: il senso di colpa, la condanna, il contrasto con il potere economico, la difficoltà della redenzione. Nel racconto Un condannato a morte il protagonista, Carlo Dieti, un impiegato che si è macchiato di un furto, esce dal carcere per buona condotta ma nonostante una catena di raccomandazioni che si riveleranno pilateschi atti di ipocrisia, rimane solo con la sua disperazione, sullo sfondo di una Milano tetra, nebbiosa, acquitrinosa, sino al suicidio, e al ritrovamento del cadavere con 30 lire in tasca. Nel feuilleton ambientato a Napoli, Il cappello del prete, che fu il suo più grande successo commerciale, saranno 30.000 lire il frutto del crimine per il Barone di Santafusca che uccide l'avido frate Cirillo: trenta è il numero dei denari di Giuda, e il denaro nell'universo di De Marchi è sempre a rischio di produrre peccato, tradimento, delitto.

Il capolavoro resta Demetrio Pianelli, dove i temi cari a questo troppo trascurato autore raggiungono il vertice della loro forza espressiva, perfettamente incarnati nei personaggi: il cassiere aggiunto delle Poste Cesarino Pianelli con la sua leggerezza tragica, Beatrice, la moglie, con la sua frivola, spensierata bellezza, il commendator Balzalotti, vile molestatore, il buon cugino Paolino, e su tutti lui, Demetrio, oscuro e nondimeno esemplare eroe della dignità a tutti i costi, della giustizia e della rinuncia.