Decisi i finalisti ma la giuria non ne può più: troppi libri

Stefania Vitulli

D oppietta per Einaudi e La Nave di Teseo alla selezione del Premio Campiello edizione 55: due titoli in cinquina per il marchio torinese - La notte ha la mia voce di Alessandra Sarchi e L'Arminuta di Donatella di Pietrantonio - mentre per la giovanissima casa editrice di Elisabetta Sgarbi un finalista, Mauro Covacich e il suo La città interiore, e il Premio Opera Prima, assegnato a Un buon posto dove stare di Francesca Manfredi. Gli altri due nomi a salire sul palco alla Fenice di Venezia il 9 settembre per la proclamazione del vincitore saranno Stefano Massini per Qualcosa sui Lehman (Mondadori) e Laura Pugno con La ragazza selvaggia (Marsilio). L'epica fiume di Massini - da tempo drammaturgo prediletto del presidente della giuria 2017, Ottavia Piccolo - è il corpus da cui è stata tratta la Lehman Trilogy, successo teatrale mondiale ed è stato il titolo che, insieme al romanzo di formazione-celebrazione di Trieste di Covacich, ha messo i giurati tutti d'accordo al primo giro di voti.

Più sofferta ma non troppo la scelta delle tre scrittrici, sostenute più o meno da tutti tranne che da Philippe Daverio, mentre vanno a casa a mani vuote Feltrinelli, che aveva tra i «nominati» Giovanni Montanaro con Guardami negli occhi, Bompiani, che ha visto fallire La malinconia dei Crusich di Gianfranco Calligarich, Rizzoli, di cui i giurati hanno amato I difetti fondamentali di Luca Ricci, e Il Saggiatore, di cui resta fuori Com'è trascorsa la notte di Filippo Tuena. Illustri esclusi da ogni nomination Walter Siti e Domenico Starnone. Come ogni anno si sono ripetuti i peana dei giurati per la «costipazione» cui sono costretti: 270 opere di cui 40 esordi da leggere in meno di quattro mesi. Alcuni (Daverio) ammettono candidamente di «annusarle» e scegliere in base alle prime quattro pagine; altri (la new entry Lorenzo Tomasin) che gli sia «toccato leggere» mediocrità, produzioni seriali e zero ironia; Luigi Matt auspica esordienti che si sottraggano all'attualità e che si bandisca la spontaneità dalla letteratura, Paccagnini è infastidito «dalla moda del racconto dei migranti» e Roberto Vecchioni difende i libri snelli e veloci, come le canzoni di quattro minuti.