Con Demetz la scultura esalta la condizione umana

Angelo Crespi

L'installazione di Peter Demetz alla Triennale di Milano (fino al 25 marzo, a cura di Marco Izzolino con Liquid Art System) sorprende lo spettatore spiazzandolo, come solo la grande arte riesce a fare. Non solo per la tecnica straordinaria con cui Peter reinventa un genere tradizionale - la scultura in legno - rendendola assolutamente contemporanea, ma soprattutto per la bellezza compositiva, come di un quadro rinascimentale sottoposto all'accelerazione della modernità. Per essere più precisi, la «prospettiva solida accelerata» si accompagna all'uso antico dello «stiacciato», così che il risultato è un'opera davvero site specific: l'osservatore, pur estraneo alla composizione, si vede quasi precipitare dentro l'ambiente per effetto del gioco prospettico, quasi a vivere la solitudine delle figure con cui entra in relazione. A livello concettuale infatti, oltre alla pulizia estetica e al rigore coloristico, si esalta l'algido, quasi asettico, sguardo dell'artista di Ortisei sulla condizione umana. I personaggi, come in un teatro, appaiono nella loro condizione di solitudine, di distanza, perfino quando si coglie la vicinanza corporea: sembra che le anime restino separate, che non ci sia nessun colloquio possibile se non il silenzio.