"Detachment", un film che scava dentro

In uscita al cinema “Detachment – Il distacco”, con Adrien Brody; un film dalla poesia amara, disincantata e fortemente pessimista

Presentato l’anno scorso al TriBeCa Film Festival, “Detachment” dell’eclettico Tony Kaye, ha continuato a mietere premi in tutti i festival internazionali cui si è presentato.

Henry Barthes (Adrien Brody) è un supplente di letteratura delle superiori. Quando viene assegnato ad una scuola di periferia, colma di alunni difficili, il distacco emotivo che lo contraddistingue inizia a vacillare. In sole tre settimane il mondo irrompe nell’isolamento affettivo volontario dell’insegnante sotto forma di tre donne: una giovanissima prostituta, una collega insegnante e una studentessa depressa. Un viaggio nelle difficoltà del sistema d’istruzione americano e, più in generale, in quelle dell’essere umano.

Il film inizia con un collage di interviste ad insegnanti, quasi fosse un documentario. Continui assemblaggi di immagini cadenzate al ritmo del soundtrack, frequenti flash back, fanno di quest’opera una sinfonia triste e palpitante. La voce monocorde che accompagna lo spettatore durante tutto il film è ipnotica e struggente e appartiene ad un Adrien Brody dagli occhi colmi di una tristezza lontana.

Brody, già premio Oscar per “Il pianista” di Polansky, è semplicemente in stato di grazia; è superbo nell’incarnare un uomo dalla ferita antica quanto segreta che ha nel distacco la sua strategia di sopravvivenza e che, quando la realtà accorcia le distanze obbligandolo a partecipare emotivamente e attivamente a dolori che non sono più solo i suoi, ha la possibilità di salvare, salvando qualcun altro, anche se stesso.

Convincenti tutti i comprimari, ma menzione d’onore alle giovanissime Sami Gayle, nel ruolo della prostituta ragazzina e Betty Kaye, figlia del regista, in quello della studentessa con problemi.

Tony Kaye ci regala una carrellata di persone alienate, che hanno smarrito il senso della loro vita o che non l’hanno mai trovato. Non sono soltanto gli adolescenti della scuola di periferia, i cui genitori sono assenti e disinteressati, ad affrontare senza ambizioni e speranze il futuro. I professori sembrano messi peggio, disillusi e demotivati, arresi , pessimisti e frustrati, vivono l’insegnamento come una infelice professione perché la passione ha lasciato il posto all’impotenza. Insomma, siamo lontani anni luce dall’”Attimo fuggente” di Peter Weir e il suo “O capitano! Mio capitano!”; in “Detachment” i docenti vengono ritratti come individui fondamentali ma anche deboli, irrisolti e umani, soli come tutti di fronte al compito più importante ed ancora, per i più, irrisolto: imparare a vivere.

Un film che scava dentro, per tutto il tempo, ritraendo esistenze sospese tra attese e invisibilità. Intendiamoci, è davvero una grande pellicola, di quelle che restano addosso, dotata di una poesia particolarissima che si fa ricordare, ma ha in sé una prepotente vena malinconica e catastrofista che non giova a nessuno. Sconsigliata la visione a chi è anche solo un po’ sfiorato dal male di vivere.