Dieci anni dopo Mike la tv è ancora un quiz. Ma lui resta il campione

Bongiorno battezzò la Rai e fece crescere Mediaset. Un recordman fra idee e litigi

Quando di un personaggio pubblico si dice che è come «uno di famiglia», si può anche peccare di retorica. Ma se c'è un personaggio a cui l'abusata definizione calza come un guanto, quello è proprio Mike Bongiorno. Con buona pace di Umberto Eco, che dall'alto del suo irritato snobismo lo definì «mediocrità assoluta», forse è stata proprio l'aurea «normalità» del più amato fra i presentatori tv a farne un po' quello che in famiglia è - attraverso le generazioni - prima l'amico fidato, poi lo zio rassicurante, infine il nonno brontolone. Perché sarà pure vero che, come scrisse l'autore di Fenomenologia di Mike Bongiorno, in lui lo spettatore vedeva «glorificato e insignito di autorità nazionale il ritratto dei propri limiti», ma certo lo schizzinoso intellettuale non si accorse di quanto quei limiti fossero uniti a un professionismo d'acciaio, a un infallibile fiuto per le novità televisive, al sicuro istinto per tutto ciò che (magari involontariamente) fa spettacolo. E di quanto ciò sia bastato a fare di quel «mediocre» un uomo di successo, tale da essere ancora, a dieci anni dalla scomparsa (era l'8 settembre 2009 quando un infarto se lo portò via ottantacinquenne, durante una vacanza a Montecarlo) «uno di famiglia».

Lo testimoniano non solo i palinsesti con cui Rai e Mediaset lo festeggeranno - dopo lo «speciale» di ieri firmato Maurizio Costanzo, sabato e domenica Canale 5 celebrerà un intero «Mike Day» con brani dei programmi più amati, mentre sabato Raiuno risponderà con uno «speciale» di Vincenzo Mollica e un Techetechetè monografico - ma soprattutto l'affetto da cui il suo nome è tuttora avvolto. Non stupisce allora il biglietto che Alda Merini fece recapitare alla vedova Daniela, il giorno del funerale: «Da ieri il tinello di casa mia è rimasto vuoto». Perché quello di «mister Allegria» è il singolare destino delle figure pubbliche che una lunga vita e un'ininterrotta attività (il calcolo, non accertabile, che la sua carriera tv sia la più duratura al mondo, dev'essere comunque vicino al vero) rendono ineliminabili punti di riferimento. Che Bongiorno sia stato «l'inventore» della tv in Italia, infatti, non è un'esagerazione. Sua - dopo gli esordi radiofonici promossi da Vittorio Veltroni, papà di Walter - l'inaugurazione delle emissioni ufficiali Rai con Arrivi e partenze nel 1954; suo il primo show divenuto fenomeno di costume, quel Lascia o raddoppia? che dal '55 al '59 incatenò un Paese intero davanti ai televisori o agli schermi dei cinema; suo il primo talent show (Campanile Sera); il primo show con Vip (Giochi in famiglia); il primo show della memoria (Ieri e Oggi). Suo il merito della fine dell'inveterato uso di mandare i bambini a letto dopo Carosello: grazie a Rischiatutto si poteva restare in piedi almeno al giovedì. Sua anche la prima partecipazione illustre alla tv commerciale, con conseguente fine del monopolio Rai quando, a fronte dei 26 milioni annui corrispostigli da viale Mazzini, Berlusconi gliene offrì 600.

Sempre fedele a sé stesso e incapace di pose intellettuali, non negava il nozionismo dei suoi quiz, ma lo valorizzava: «Almeno la gente impara la data della scoperta dell'America». Conosceva la formula del successo come le sue tasche, ma ne sperimentava anche le varianti: «Il quiz non cambia. È quanto che c'è attorno, che deve cambiare». E anche in Mediaset, imperterrito e imperturbabile, attraversò i decenni rinnovandosi ogni volta un po' - Telemike, Superflash, La ruota della fortuna - ma, in fondo, rimanendo sempre lui. «Quale il fulcro del suo talento? - si chiede oggi Pippo Baudo -. Fiutare a naso il personaggio nascosto nel concorrente. Con lui il professor Degoli, l'esteta Mariannini, la tabaccaia Garoppo, il parapsicologo Inardi, diventavano uno spettacolo dentro lo spettacolo». E a proposito di Baudo, anche la loro leggendaria rivalità, causa d'irresistibili siparietti sul palco dei Telegatti o di Sanremo, fu solo spettacolo. «Un giorno mi disse: l'Italia è il Paese delle fazioni. Coppi e Bartali, Callas e Tebaldi. Facciamo Bongiorno e Baudo! Tu parli male di me nelle tue trasmissioni, io lo farò di te nelle mie». In fondo aveva recitato anche con Ludovico Peregrini, l'arcigno «signor no» del Rischiatutto che, nella realtà, era una pasta d'uomo. «Ogni volta che tu dici no a un concorrente, io lo difendo. Così il pubblico odia te e ama me». «Quando lo superai nel record delle conduzioni a Sanremo - ricorda Pippo - lo invitai al mio dodicesimo festival. Insistette per essere lui a presentare me. Mi commosse profondamente».

Certo: l'uomo aveva i suoi difetti. Basta farsi un giretto su Youtube per vederlo ancora all'opera nelle impareggiabili gaffes, vere o simulate che fossero: «Vere sempre - confermò lui - ma talvolta esagerate, per farci su un po' di spettacolo». Accertato che la più celebre di tutte («Ahi, ahi, signora Longari: lei mi è caduta sull'uccello!») non è mai stata realmente pronunciata, ancora Youtube ci delizia con i suoi mitici malumori: la sfuriata che fece a tal Maura Livoli, beccata con degli appunti nella scollatura, o le parolacce rifilate ad Antonella Elia, rea di aver complimentato una signora che rifiutava per animalismo le pellicce dello sponsor. E poi c'era il pubblico più giovane, che interpretava il suo perfezionismo come pedanteria; il buonsenso come paternalismo. Non era tipo da sottigliezze, Mike Bongiorno: in una tv ancora estranea alle provocazioni odierne, celebre fu la rissa verbale con Vittorio Sgarbi che si augurava che la lava dell'Etna inghiottisse le case abusive sulle sue pendici. Ma all'età in cui molti vengono dimenticati, o scivolano nel patetico, lui seppe reinventarsi prendendosi in giro: gli spot pubblicitari girati con Fiorello rimangono dei piccoli gioielli d'intelligente autoironia. E proprio Fiorello, ai funerali in piazza Duomo a Milano, seppe trovare per lui l'epitaffio più azzeccato. «Secondo me ora lui sta dicendo: Hai visto? Mi hanno dato il Duomo di Milano. A Baudo non l'avrebbero mica dato».