Dipinti brutali ma con l'animaSilvia Argiolas: «I miei quadri spesso mi rubano l'identità»

Se li guardi distrattamente i dipinti di Silvia Argiolas, artista cagliaritana che opera a Milano, ricordano le maschere di Emil Nolde o qualche oscuro primitivista. Fanno pensare a un vecchio giallo di Durenmatt, La promessa, in cui una bambina disegna un gigante che le dona dei porcospini, e il gigante è il pericoloso maniaco che l'ha avvicinata. Ci sono lupi, spettri, esseri antropomorfi che sembrano i personaggi di un carnevale oscuro, ragazze che piangono disperatamente, tutti immersi in uno scenario coloratissimo, selvaggio e sgargiante, in cui il paesaggio diventa il teatro dell'azione di personaggi che riconosci istintivamente essere buoni o cattivi. Il mondo della Argiolas è senza mezze misure, brutale e indigesto, niente tenerezza, tutto raccontato come dentro a una seduta psicanalitica, in cui non si nasconde nulla. «Il mio lavoro nasce da una trasformazione introspettiva di quello che capita nella mia esistenza - spiega lei -; non è mediato da bozzetti o disegni preparatori perché preferisco intervenire direttamente sulla tela, assecondando le sensazioni che provo in quel momento. Molti dei personaggi che affollano le mie tele assomigliano vagamente alla mia persona, rubandomi l'identità». É una pittura orale la sua, in cui ti viene da chiamare per nome gli animali, e a provare a mettere assieme un racconto, superandone le incoerenze, riducendo l'illeggibilità dei momenti a minor intento comunicativo, quando si abbandona al segno e al colore. Ma quando guardi i suoi oli e i suoi smalti, il centro del racconto è lei, la possibilità di far incarnare la propria biografia al colore, di spiegarsi proprio come ci si spiega da bambini, dove il disegno soccorre la parola, perché è una lingua più potente.