Il direttore Chailly: "C'erano fuoco e adrenalina". E i milionari russi portano i fiori per Abdrazakov

Grande partecipazione del pubblico. Confalonieri: «Il mio personaggio preferito? Odabella...» La stilista Curiel: «Rappresenta la forza delle donne italiane»

Il direttore Riccardo Chailly impugna la bacchetta, con un sorriso incoraggia i suoi, cerca la concentrazione. Ma la bacchetta non si leva. Attila di Verdi, l'opera del risorgimento italiano, scatena un applauso che mai s'era registrato a una Prima scaligera. 2 minuti e 40 secondi di battimani rivolti al presidente Sergio Mattarella, nel palco reale. Segue l'Inno italiano cantato con inconsueta intensità. Una serata trionfale, che chiude con 14 minuti di applausi: per tutti. E un incasso di un milione e mezzo abbondante. «L'attenzione del pubblico è stata intensa. È stato coinvolto e coeso», confessa Chailly. L'applauso a Mattarella? «Giusto, dato il suo impegno. Sta portando avanti un mandato straordinario. Ero commosso e partecipe durante quei minuti. Per questo ho atteso prima di iniziare l'Inno. Attila è una partitura fortemente patriottica. Verdi ha il fuoco, un fuoco che deve contagiare, che dà adrenalina e carica». Di fuoco l'intero cast con punta massima nel protagonista Ildar Abdrazakov, applauditissimo. Anche il regista Davide Livermore è passato indenne sotto le forche caudine dei loggionisti. Se l'aspettava? «Non faccio cose furbe, lavoro per Verdi, quindi sì: me l'aspettavo». E loro, gli spettatori, gli autori dello storico applauso. Commenti? «L'applauso dice che il Paese ha voglia di istituzioni», osserva Emma Marcegaglia. «Milano sta dicendo che abbiamo bisogno della politica, e la presenza di Mattarella dimostra la vicinanza», dice Giuseppe Sala, sindaco della città.

Il foyer è coloratissimo, data l'invasione di abiti Dolce & Gabbana, capi da 100 mila euro in su, indossati dai facoltosi clienti russi, americani, giapponesi, ovviamente niente Cina, pesa il disastro mediatico nella terra d'Oriente. Mikhail Kusnirovich, il magnate e mecenate russo che ha portato il lusso nella Piazza Rossa regge un mazzo di fiori, «sono per Ildar Abdrazakov. In Russia si usa così». In sala c'è il mondo della finanza, la folta delegazione dei vertici di Intesa San Paolo, da Giovanni Bazoli in giù, Fabrizio Saccomanni di Unicredit. Quanto all'imprenditoria, Diana Bracco che promuove in pieno lo spettacolo «è meraviglioso, tutto scorre con naturalezza». Fedele Confalonieri per chi tifa? Per il barbaro Attila che dà lezioni di senso civico o per il generale romano Ezio? Ci spiazza: «per Odabella». Che è il personaggio prediletto anche dalla stilista Raffaella Curiel, «mi attrae il coraggio di Odabella che si fa vittima pur di vendicare la famiglia trucidata. Dice Noi donne italiche sempre vedrai pungnar". Ecco questa è la forza delle donne d'Italia». C'erano il re del cioccolato Ernst Knam e lo chef stellato Davide Oldani. Quindi Marco Balich, il re Mida dello show «Livermore ha fatto una regia coraggiosa. Le trasposizioni storiche sono sempre complicate, il fatto che abbia fatto una cosa così precisa all'inizio e poi atemporale. Beh: complimenti». Quindi Carla Fracci, Michael Haefliger, sovrintendente del Festival di Lucerna, James M. Bradburne, Direttore di Brera, Liliana Segre, Roberto Bolle.

Commenti
Ritratto di Giano

Giano

Sab, 08/12/2018 - 13:04

2- Si dice che una volta i critici più feroci fossero i loggionisti i quali, se la rappresentazione non era di loro gradimento in segno di disapprovazione, non lesinavano fischi, urla e lancio di ortaggi assortiti. Ma forse sono leggende metropolitane. Col tempo sono scomparsi i loggionisti e, forse, anche i loggioni. E la contestazione avviene fuori dal teatro, ma per altri motivi. Oggi alla Scala si applaude tutto; anche Mattarella. Puoi mettere sul palco un Attila nelle vesti di podestà o di federale fascista, o un asino che raglia e state tranquilli che lo applaudono. Eh, signora mia, non ci sono più i loggionisti di una volta.