"Dirigo con le ballerine ma gli applausi li prendo col tacco 12"

La direttrice, una delle poche in Italia, guida l'orchestra del "Così fan tutte" all'Opera di Roma

Maestro o maestra? Direttore o direttrice? Sul podio da cui Speranza Scappucci dirige, i «distinguo» boldriniani non suscitano alcun dubbio lessicale o peggio - femminista. A questa bionda ed impetuosa romana di 42 anni basta infatti essere una delle pochissime donne in Italia e nel mondo che, ad alti livelli, guidi un'orchestra. Anche se dietro la meritata soddisfazione, ora che la fama l'ha baciata (applauditissimo il mozartiano Così fan tutte che fino a giovedì dirigerà al Teatro dell'Opera di Roma) s'intravvede una non meno ragionevole irritazione verso chi continua ad identificarla più per il sesso che per il talento.

Maestro Scappucci... a proposito: maestro o maestra?

«Come preferisce. Stessa cosa per direttore o direttrice d'orchestra: il senso non cambia».

Dica la verità: è più lusingata o stufa dalle solite domande sul suo essere un direttore donna?

«Sono felice d'essere un direttore d'orchestra. E il mio obbiettivo è quello di esserlo a livelli sempre più alti. Certo: la simpatia del pubblico mi fa piacere. Ma spero di non meritare il suo applauso solo per questo».

Allora si accorge dell'oooh! di sorpresa che dalla platea la segue, ogni volta che sale sul podio.

«Veramente in quei momenti sono talmente concentrata che neppure l'essere donna potrebbe distrarmi».

Però mentre dirige porta scarpe basse, ma quando sale sul palco per gli applausi le cambia con un tacco dodici rosso fiammante...

«Vero. Perché a quel punto posso rilassarmi. Sa com'è: dirigere per tre ore sul tacco dodici sarebbe impervio».

Riccardo Muti ha dichiarato che le direttrici d'orchestra sono poche non per colpa degli uomini, ma per lo scarso interesse dimostrato dalle donne verso questo mestiere. E' d'accordo?

«D'accordo. Con l'aggiunta però che, avendo cominciato in ritardo, alle donne occorrerà ancora un po' di tempo per mettersi in pari. Alla mia generazione mancavano i modelli: quella odierna, finalmente, ne ha».

E lei, come ha fatto a diventare suo malgrado - un modello?

«Non lo so. Preferita dai maestri a mia sorella (la musicista di casa pareva lei); dieci anni di Conservatorio di Santa Cecilia; specializzazione alla Juilliard School di New York; maestro sostituto (quello che accompagna al piano durante le prove) e infine direttore... Ho salito tutti i gradini. Con calma ma anche determinazione».

Ha mai patito dell'ostracismo, dei pregiudizi, o la semplice diffidenza da parte delle orchestre?

«Mai. Quando dirigi non conta se porti la gonna o meno; ma se sei o meno un leader. Se sei preparato, se hai idee precise, se riesci a trasmetterle... allora vieni riconosciuto e seguito».

E con i registi, specialmente i più trasgressivi, lei che tipo di direttore è? Conciliante o intransigente?

«Rispetto le zone di competenza. Direttore e regista devono lavorare assieme io sono presente sempre, dal primo all'ultimo giorno - ma in parallelo. Come io non metterei mai bocca su costumi o scenografie, così chiedo che si rispettino le esigenze dello spartito e dei suoi interpreti.

E con Graham Vick, regista di questo Così fan tutte, narrato come un delizioso apologo «scolastico» in una sorta di «kinderheim» per adulti, come s'è trovata?

«Benissimo. Perché sia io che lui abbiamo cercato di sottolineare una storia che racconta i sentimenti umani a 360 gradi. Fragilità, passione, fedeltà, infedeltà... Tutto il gran guazzabuglio del cuore umano».

Narrando di due innamorati che si scambiano le fidanzate per scommettere sulla loro fedeltà, Così fan tutte è stato considerato prima un'opera misogina, poi immorale... Secondo lei Mozart come la intendeva?

«Non lo sapremo mai. Le due coppie iniziali si ricostituiranno? O dureranno, invece, quelle create dalla scommessa? Una cosa è certa: i quattro protagonisti imparano che l'amore è imprevedibile. Un finale comunque positivo, sottolineato dal conclusivo do maggiore dell'orchestra».