Un documentario per scoprire il De André agreste

Faber con la sigaretta tra le dita, e quelle dita intrise di terra scura. Terra sarda. Quella su cui si piegava a cercare e stimolare colture con una pazienza da contadino. Era, in fondo, la stessa pazienza di cui si armava nelle lunghe notti all'Agnata, in una stretta e verdissima valle in terra di Gallura, il suo buen retiro prima sognato, poi costruito infine vissuto: quando tutti dormivano, lui inseguiva le note e le parole giuste. E se poi spuntava qualche idea, era normale svegliare la moglie Dori Ghezzi, per chiedere un giudizio, o per condividere. «Non sempre ero felice di questi improvvisi risvegli», sorride lei sullo schermo. Quel Fabrizio De André, con nicotina e terra tra le mani, è il volto che appare sulla locandina di Faber in Sardegna & L'ultimo concerto di Fabrizio De André , progetto cinematografico realizzato da Gianfranco Cabiddu, nelle sale solo il 27 e 28 maggio prossimi, distribuito da Microcinema. L'opera è un curioso abbinamento tra un documentario e la selezione dei migliori momenti dell'ultima performance dal vivo del cantautore. Non intrecciati: tenuti distinti. Un modo per raccontare l'uomo e la sua scelta di vita prima, e la sua musica poi. Anche se fiammate di musica ce ne sono, eccome, persino nella prima parte: perché accanto al racconto di come Faber decise, tra la fine dei '60 e l'inizio dei '70, di dedicarsi alla vita agreste in Sardegna (un racconto ripercorso con la moglie Dori, i commenti di amici e collaboratori ma anche personalità della cultura tra cui Renzo Piano) non mancano immagini e suoni dei vari concerti organizzati ogni anno alla Agnata dal Festival Time in Jazz, con musicisti come Paolo Fresu.

La seconda parte live, con De André e una band in stato di grazia a interpretare brani come Crêusa de mä , Dolcenera , A Cumba , Via del Campo , è una certezza per gli appassionati della musica. La prima parte, narrativamente più ingessata e incentrata sulla scelta “filosofica” sarda di De André è certo territorio per i fan più accaniti. Faber che costruisce passo dopo passo la casa e l'azienda agricola, il padre che gli regala il primo toro per ingravidare le mucche, gli accenni al sequestro di cui fu vittima insieme alla moglie nell'agosto 1979, l'ispirazione stessa con cui scelse il luogo dell'Agnata, il ritiro dove, pensava allora e lo ricorda nel film Dori Ghezzi: «dovevamo fare punto e capo». Iniziare una nuova vita, forse non più da cantautore. «Mi sento più contadino che musicista: questo è il mio porto, il mio punto d'arrivo», diceva. Per fortuna della musica italiana, Faber non accantonò una parte così fondamentale di sé.