«Le donne imparino da Misia musa geniale di grandi artisti»

L'attrice presenta al Festival dei due mondi di Spoleto una pièce sulla grande mecenate. «Lei non imitava gli uomini, li guidava»

da Spoleto

Bei tempi quando, ad avere il fiuto giusto, si passava alla storia semplicemente annusando il genio altrui. E riuscendo ad ispirarlo. Scopritrice e musa: questo fu la bellissima (e ignota ai più) Misia Sert. Questa sarà la straordinaria figura femminile rivelata da Lucrezia Lante della Rovere in Io sono Misia : lo spettacolo, scritto da Vittorio Cielo e prodotto da Marina Lia, che debutterà al Festival dei Due Mondi di Spoleto venerdì 3 luglio.

Chi era Misia Sert?

«Una donna che aveva il talento di saper annusare il talento. Quando tutti gli altri vedevano solo un nano, lei intuiva Toulouse-Lautrec. Se tutti ignoravano una donnina muta e scontrosa, lei sentiva profumo di Coco Chanel. Fu così che nei salotti mondani della Parigi tra fine '800 e inizio '900 la divina Misia scoprì, o valorizzò, o ispirò, Stravinskij, Diaghilev, Nijinsky, Debussy, Ravel, Picasso, Cocteau, Mallarme, Satie...».

Finendo anche nelle loro opere.

«Proust la cita nella seconda riga della prima pagina della Recherche , sotto il nome di madame Verdurin. A lei si ispira Jean Cocteau per il personaggio della principessa de Bornes nel romanzo Thomas l'imposteur . Toulouse-Lautrec l'ha disegnata più volte; Renoir tentò (invano) di ritrarla a seno nudo. Verlaine le dedicò parecchie poesie; Stravinskij eseguì per la prima volta La sagra della Primavera sul piano di casa sua».

Ed era lei stessa un'artista?

«Artista capace di riconoscere gli artisti. Mentre con una mano staccava assegni per far venire Nijinskj a danzare in Europa (si dice abbia salvato più volte Diaghilev dal fallimento), con l'altra eseguiva a memoria le fughe di Bach. Fatale, del resto: da bambina aveva imparato a suonare il piano sulle ginocchia di Franz Liszt. Per lei il secondo marito Alfred Edwards, già fondatore del quotidiano Le Matin , acquistò Le Figaro . Con lei Émile Zola si armò per contestare l' affaire Dreyfus . E la sua amicizia con i grandi era di quelle che duravano tutta la vita: Coco Chanel le promise che l'avrebbe vestita anche per l'ultimo viaggio. “Sarai scicchissima anche nell'aldilà”. E così fu».

Mecenate ed emula. Anche nei vizi, oltre che nelle virtù?

«Ahimè: genio e sregolatezza erano l' imprimatur del genio, allora. Pur di non perdere il terzo marito, il pittore spagnolo José Maria Sert, avviò con lui e la di lui giovanissima amante, la principessa russa Roussy, un chiacchieratissimo ménage à trois . Si vantava di non avere limiti; di seguire in tutto (fuorché nella povertà) il destino dei propri amici. Anche nella droga. Tanto che morì praticamente di morfina, nel 1950».

Com'è nata l'idea di farne anche la protagonista del suo spettacolo?

«Proprio dal fatto che in Italia un simile personaggio è sostanzialmente sconosciuto. Io stessa l'ho scoperto solo grazie ad un libro regalatomi da mia madre, Marina. Alla quale del resto Misia somiglia moltissimo. Entrambe donne iper-attive, innamorate della vita. Entrambe colme di forza vitale al punto da stimolare la creatività negli uomini».

E come è stato costruito il racconto della sua vita?

«Liberamente traendolo dalle sue memorie; da confidenze, ricordi, messaggi e lettere dei geniali “protetti” di questa regina dei salotti. In scena a raccontarla, circondata dai loro ritratti, ci sarà solo lei - cioè io - seduta su una grande poltrona, che si trasformerà di volta in volta in trono, in prigione, in bara».

Esistono ancora, oggi, le muse ispiratrici? O sono figlie dei tempi in cui alle donne non era consentito altro?

«Le donne sono la bellezza. Ed è la bellezza a nutrire gli artisti. A quei tempi le donne ancora la incarnavano pienamente. Oggi - sempre più spesso - si riducono semplicemente ad imitare gli uomini».