«Drift», così il surf sull'onda dell'utopia cavalcò il business

Il film giusto per il mese d'agosto, soprattutto per coloro che, causa crisi, si devono accontentare di trascorrere le vacanze su spiagge «low cost» sognando le onde australiane o della California. Guardando Drift - Cavalca l'onda, da giovedì nelle sale, non si rimane solo piacevolmente catturati da paesaggi che non si trovano propriamente dietro l'angolo ma si finisce anche per ripensare, con un pizzico di nostalgia, ai favolosi e turbolenti anni Settanta, quando i sogni andavano di pari passo con le rivoluzioni sociali, intrecciandosi con quella culturale esplosa nel decennio precedente.
La pellicola, diretta da Morgan O'Neil, è ambientata proprio in quel periodo e si ispira alla storia vera non tanto di persone quanto di una passione, il surf, e del suo passaggio da semplice hobby, che incarnava lo spirito libero di coloro che con coraggio e bravura cavalcavano l'onda, a business proficuo. Siamo in Australia e due fratellini, trascinati dalla loro mamma, abbandonano di corsa Sidney e un padre violento per approdare in un paesino rurale con vista mare. Sono Andy (Myles Pollard) e Jimmy Kelly (Xavier Samuel) che condividono una grande passione: il surf. Dodici anni dopo, Jimmy, il più piccolo, sembra anche quello più portato sulle tavole. D'altronde, «domare» le onde, da spirito libero, ben si incarna con il suo modo di essere, poco incline alle regole; tanto da arrotondare e contribuire alle spese della famiglia attraverso dei furtarelli. Tutta un'altra cosa rispetto al primogenito, Andy, uno con un lavoro stabile e la testa sulle spalle. Ciò non gli impedisce, però, di sognare in grande, avendo un certo fiuto per gli affari. Ha capito, infatti, che il surf è qualcosa sulla quale varrebbe la pena investire sfruttando la passione di migliaia di surfisti. In particolare, ha un'idea che sembra quella giusta: lanciare la moda delle tavole più corte e, con l'aiuto della mamma ottima sarta (Robyn Malcolm), assemblare delle mute acquatiche su misura. Molla il lavoro e sfrutta il garage di casa per cullare il suo sogno, coinvolgendo anche il fratello. All'inizio, tutto sembra andare per il verso giusto. La merce, pur in quantità ridotte, va a ruba attraverso la vendita, «spiaggia a spiaggia», fatta girando con un piccolo furgoncino. È il momento di crescere, ma i problemi sono solo all'inizio. Una banda locale di spacciatori di droga si mette di traverso, così come la polizia che non si fida di questi tipi «stravaganti» che vogliono aprire un emporio dedicato al surf. Men che meno la banca che non vuole «scommettere» finanziando un'attività considerata a rischio (quarant'anni dopo, sembra di risentire, purtroppo, da tanti giovani volonterosi imprenditori, lo stesso disco). In soccorso ai due ragazzi, arriva un hippy che vive scattando foto ai surfisti (un Sam Worthington quasi irriconoscibile) e una sua amica hawaiana (Lesley-Ann Brandt) che scatenerà gelosie tra i due fratelli. Inevitabile la gara finale con montepremi che potrebbe risolvere tutti i guai, anche se l'esito non è così scontato come si potrebbe supporre.
Le scene sul mare sono la parte visivamente più accattivante di un plot comunque interessante che racconta uno squarcio di storia poco conosciuto al grande pubblico. Peccato che i dialoghi, banalotti, rovinino lo spirito del film. Anche la parte relativa all'approfondimento dei personaggi viene abbastanza trascurata preferendo puntare su altri elementi che alla lunga (il film dura quasi due ore) finiscono (scusate il gioco di parole) per annacquare l'interesse. Poco male. È estate e non si poteva pretendere un nuovo Point Break. Se non altro, al fresco dell'aria condizionata, vi godrete una colonna sonora che vi riporterà, con la memoria, a atmosfere irripetibili.