È nel documentario di Minervini la donna più incisiva del Festival

Il secondo film italiano in concorso nasce come riflessione sul razzismo in America. Quando appare la carismatica Judy, però, a rubare la scena è la questione femminile

Alla Mostra del Cinema di Venezia è stata la volta del secondo film italiano in concorso,
"What you gonna do when the world's on fire? - Che fare quando il mondo è in fiamme?" del regista Roberto Minervini: un documentario sulla vita nel sud degli Usa, nel Mississippi profondo, tra povertà e razzismo.
Dopo "Louisiana (The other side)", toccante ritratto degli invisibili d'America presentato tre anni fa a Cannes, il 48enne marchigiano, trapiantato ormai stabilmente oltreoceano, propone altre storie a stelle e strisce, ambientate stavolta a New Orleans, in una comunità afroamericana, nell'estate del 2017.
Nato senza uno script di riferimento, il film di Minervini è il frutto di un montaggio di sedici settimane, con il quale è stata ridotta una mole enorme di girato fino a trarne i 123 minuti in concorso. "What you gonna do when the world's on fire?" a volte sembra adagiarsi un po' sull'estetica autoriale derivata dall'uso del bianco e nero: ci sono momenti in cui l'uso compiaciuto di una fotografia patinata mal si amalgama alla ruvidezza delle questioni esistenziali trattate.
Minervini ha raccontato in conferenza stampa di come dietro la nascita di un film del genere ci sia un'urgenza comunicativa condivisa da più persone pronte anche a rischiare la vita, per questo ha un groppo in gola ogni volta che deve attribuirsi la paternità unica del progetto.
L'attenzione del documentario è sul vissuto quotidiano di alcune persone di colore, tra cui i due fratelli Ronaldo e Titus, rispettivamente quattordici e nove anni, che vivono in un quartiere in cui le sparatorie sono sempre più all'ordine del giorno. La madre istruisce il più grande su come tenersi lontano dai pericoli e lo stesso fa lui con il più piccolo. C'è poi Kevin, a capo di un gruppo che si esibisce durante il carnevale nero di New Orleans e che si occupa di salvaguardare il patrimonio culturale della sua gente, mantenendone vivi i rituali del canto e del cucito. Ci sono le Black Panthers, che protestano contro la polizia a seguito dell'uccisione di due ragazzi nel Mississippi.
Il fulcro dell'intera opera però è Judy, una donna dalla personalità prorompente che, nonostante un passato difficile, si è rimessa in carreggiata, rilevando un bar storico del quartiere. Ha un eloquio a tratti illuminato e una grinta ammantata di buonsenso che la rende un punto di riferimento per le persone che le orbitano intorno. In un passaggio crudo e toccante si confronta con una coetanea sugli abusi subiti, in famiglia e non, tracciandone in poche frasi le conseguenze imperiture. E' un momento indimenticabile, un dialogo tra sconosciute che capiscono in pochi minuti di essere creature gemelle, spezzate nello stesso identico modo. Su certe questioni, una così breve ma potente ripresa mostra di avere più impeto comunicativo che interi mesi di discettazioni mediatiche con l'hashtag #metoo.
E' soprattutto a Judy che ha guardato la platea commossa al momento degli applausi in Sala Grande, come a volerla ripagare in qualche modo dei torti subiti, o forse per ringraziarla di splendere come una regina, grata e vincente, la speranza incarnata che non solo ci si possa sempre risollevare ma anche farlo alla grande.