E ora il castello dei Crawley viene invaso dagli yankee

Arriva la terza stagione di Downtown Abbey, la perfetta serie inglese che racconta la vita dei nobili e della loro servitù in una immensa dimora di campagna

Torna domani su Retequattro. E a questo punto ormai il pubblico italiano è di casa nella grande dimora di Highclere Castle, tra i pettegolezzi della servitù, le avventure (e disavventure) sentimentali di Lady Mary Crawley e le acide e geniali perfidie di Violet contessa madre di Grantham. Stiamo ovviamente parlando della terza stagione di Downton Abbey che arriva in prima visione in Italia (le 7 puntate di durata variabile, sono state accorpate in 5 di formato adatto per il nostro prime time).

E che la serie, scritta dal premio Oscar (per la sceneggiatura di Gosford Park) Julian Fellowes, funzioni benissimo e sia diventata un sorprendente successo planetario non è un opinione, ma un semplice dato statistico: va in onda in cento Paesi, è stata vista da 120 milioni di persone, ha vinto 10 Emmy, 2 Golden Globe e 2 Bafta. Su quale sia il meccanismo che l'ha resa così avvincente invece il ragionamento è più complesso. Infatti questa produzione anglo-americana (ma dal punto di vista dello stile quasi solo anglo) ribalta e azzera tutti i meccanismi che normalmente fanno funzionare le serie di successo degli ultimi 10 anni. Adrenalina e colpi di scena sono componenti quasi totalmente trascurabili. La serie carbura, come un preciso e inarrestabile motore diesel. A fare da carburante una recitazione perfetta, misurata, che ha il suo vertice nella glaciale interpretazione della 2 volte premio oscar Maggie Smith. La Smith ha trasformato la contessa Violet in una vera e propria icona di britannicità. Ogni battuta una sferzante lezione di snobberia: «Servirsi da soli? Un aristocratico che non assuma della servitù è utile alla società come un martello di porcellana». A dare solidità all'insieme invece è una ricostruzione storica sontuosa e perfetta. Merito di esperti come Alaistair Bruce (storico, commentatore di sky per quanto riguarda la casa reale britannica e consulente della BBC). E non si tratta solo di scegliere costumi od oggetti, di inventare scene memorabili come quella in cui Maggie Smith-Violet armeggia seccata con un “innovativo” telefono. A volte anche gli asparagi diventano un dramma come ha raccontato ai giornali inglesi Bruce: «C'è stata una volta in cui siamo impazziti per capire come dovessero essere mangiati degli asparagi all'epoca durante un pranzo nobiliare. Se con le forchette o con le mani. Ci sono dettagli infiniti a cui badare e bisogna scoprire le cose più strane».

E così forte di questa solidissima contestualizzazione adesso decolla la terza serie che porterà lo spettatore oltre la Prima guerra mondiale. A ostilità concluse Mary (Michelle Dockery) si appresta a sposare il cugino Matthew Crawley (Dan Stevens), risolvendo i problemi dinastici del casato (Matthew è la pecora nera della famiglia, infatti fa cose terribili come lavorare). Quindi i protagonisti della serie dotati di sangue blu, come il Conte Robert (Hugh Boneville) intravedono un futuro più sereno. Anche la meno agiata esistenza della servitù -è una moderata guerra di classe a dar pepe alla vita al castello- sembra tornare alla normalità e tutti si preparano alle salvifiche nozze. Ma a creare scompiglio ad Highclere Castle è l'arrivo dall'America di Martha Levinson (interpretata nientemeno che da Shirley MacLaine), madre di Cora (Elizabeth McGovern), per il matrimonio della nipote Mary. E questa componente americana ha aiutato il successo della serie negli Usa.

Quanto all'Italia le osservazioni più puntuali le ha fatte ieri, alla presentazione della serie al consolato britannico di Milano, il critico Tatti Sanguineti: «Si tratta di una serie solida come le pietre del castello dove si svolge, lì ci si sente come protetti, fuori non si sa cosa accade... E queste sono sensazioni che oggi come oggi ci piacciono. Dà il senso del tempo e del destino». Insomma televisivamente parlando è l'equivalente dei Buddenbrook di Thomas Mann, in letteratura.

Insomma la dimora di Downton Abbey è magica e lontana, le emozioni invece vicine allo spettatore e amplificate dalla sensazione di poter spiare nelle vite altrui dal buco della serratura. E dopo questa arriveranno altre due stagioni. Abbastanza per rendere felice Giuseppe Feyles, direttore di Retequattro: «Siamo fieri di aver scoperto questa serie tre anni fa, quando ancora in Italia nessuno voleva acquistarne i diritti. Il tempo ci ha dato ragione».