Ora Lynch suona il blues. E il suo cd sembra un film

Il regista cambia musica. A 67 anni ormai preferisce la chitarra al set. E in "The big dream" ogni canzone è una storia. Inquietante, distorta e sorprendente...

Come se la gode. Ah, come se la gode: tutti a chiedergli un nuovo film o un altro Twin Peaks e invece scordatevelo. David Lynch, regista massimo e massimamente amato dalla critica, pubblica un altro disco, The big dream, che è pure bello e a tratti molto. Scombinato e distorto com'è. Zeppo di cromosomi blues spappolati dall'elettronica e dalla nostalgia di quel rock'n'roll distorto che lui, nato nel Montana 67 anni fa, ha respirato fin da boy scout. Per l'esattezza, Eagle Scout, ossia massima carica dello scoutismo, così grande da farlo partecipare alla cerimonia di insediamento alla Casa Bianca di John Fitzgerald Kennedy. Dopotutto, l'ossessionato (ad esempio farcisce i film di cervi) e ossessionante (Twin Peaks ha tolto il sonno a molti) David Lynch ha sempre fatto film in sostanza molto blues, molto rock'n'roll e pure disperatamente elettronici indagando il lato oscuro delle piccole città oppure la folia delle metropoli.

Non per altro è diventato l'eroe di un plotone di rockstar largo da qui a lì, che lo coccola, vezzeggia e continua a chiedergli di collaborare. L'ultimo a esserci riuscito è Trent Reznor dei Nine Inch Nails, un altro che ha le idee chiare su come riuscire a confonderle: «Caro David, fai il regista del nostro nuovo video Came back haunted?».

Certo che sì: e il risultato è già evidente su YouTube visto che il video ha oltre due milioni di clic, tutti probabilmente conquistati dalle sequenze angoscianti, tetre, qualche volta sfuocate persino quando inquadrano Reznor. Insomma, Lynch ha uno stile molto definito e ormai assai lontano dai cliché tipici della Hollywood che fa quadrare i bilanci grazie a polpettoni farciti di effetti speciali e lieto fine. E così lui, che dopotutto da ragazzino scout non voleva far altro che l'artista - non il regista o il pittore o il musicista ma proprio l'artista - ha semplicemente portato la chitarra (che suona benino) e il microfono sul suo set. E ora fa film in musica, forse sfruttando il know how mutuato da Angelo Badalamenti nei quindici anni di collaborazione da Velluto blu fino a Mulholland Drive passando anche, ca va sans dire, per Twin Peaks. Ogni canzone dell'alienante modern blues di The big dream è quasi un copione, dalle adulazioni di Say it fino al surrealismo di Last call che si intuisce da versi come «un piede aveva un calzino rosso, l'altro ne indossava uno blu, è martedì, ciccino, dove pensi di essere?». Forse incapace di starsene con le mani in mano, oppure semplicemente regista anche controvoglia, David Lynch gira le sue canzoni, oltre a cantarle con una voce così drammaticamente distorta da diventare alla lunga quasi noiosa. Sono proprio sue, sono lynchiane e quindi linciabili dai puristi eppure quasi sempre vagamente fascinose se è lui, solo lui a controllarle da capo a piedi. Ad esempio, quando canta The ballad of Hollis Brown di Bob Dylan si sente che non è casa propria: è il brano meno divertente del disco perché lui, forse, non era abbastanza divertito. Lo era invece in I'm waiting here con la sorprendente Likke Li, pezzone che piacerà a tutti.

In fondo, quando nel 1980 hai fatto togliere il cappello a tutti gli intenditori con il meraviglioso The elephant man, hai collezionato nomination agli Oscar e sei pure finito sulla copertina di Time (oltre che al Saturday night live e nei Simpson) è ovvio che non cedi più il ciak a nessuno. E così con questo disco, che arriva dopo il meno bello Crazy clown time di due anni fa e la pazzesca collaborazione con Danger mouse e Sparklehorse in Dark night of the soul, David Lynch ha realizzato uno dei suoi migliori film, inquietante eppure caloroso, attuale ma assai vintage, un copione spettrale che quatto quatto è pure capace di spiegare a giovanotti come Jack White o Black Keys come si fa a girare un modern blues da Oscar.