E Rosario Romeo disse con forza: "No al linciaggio"

Ogni storia nasce dapprima come eco immediata di giudizi e atteggiamenti dei contemporanei, che vengono poi gradualmente superati in una prospettiva più ampia. L'unilateralità e l'esclusivismo dei protagonisti, tesi anzitutto ad assicurare il trionfo della propria causa e del proprio ideale, vengono in tal modo sostituiti da punti di vista più elevati e più comprensivi. Una storia che si limitasse a riecheggiare le polemiche dei contemporanei, sia pure arricchendole di nuovi documenti, non realizzerebbe di fatto nessun vero progresso intellettuale, e non aggiungerebbe nulla a quanto già ci dicono, con più diretta efficacia, le testimonianze del passato.La disponibilità di nuova documentazione è solo una delle condizioni necessarie al progresso del pensiero storico: anche più importante è la «scienza del poi», che consente di collocare uomini ed eventi nella prospettiva degli effetti a lungo termine.

Solo a queste condizioni lo storico può farsi, come deve, uomo nuovo e antico a un tempo, capace di rivivere gli eventi con la sensibilità degli uomini del passato; e di giudicarli, insieme, alla luce del significato che essi assumono per noi, uomini di oggi. Lo studioso che più di ogni altro ha contribuito a realizzare questi progressi in relazione alla storia recente del nostro paese è Renzo De Felice. Grazie a una ricerca di eccezionale profondità e ampiezza, sorretta da un vigile spirito critico e da una strenua indipendenza intellettuale, De Felice è riuscito ad aprire vie per gran parte nuove allo studio di quel periodo delicatissimo che è il Ventennio fascista. L'ampiezza e la fecondità delle prospettive da lui indicate hanno sollecitato il lavoro di tutta una schiera di giovani studiosi, in Italia e all'estero, che in maggiore o minore misura si richiamano al suo insegnamento, e che costituiscono il nucleo indubbiamente più importante tra gli studiosi della nostra storia contemporanea. Al centro delle indagini di De Felice sta la grande biografia di Mussolini. Ma appunto la vastità del disegno di quest'opera ha indotto lo studioso a sostare talora nel cammino per tracciare bilanci sintetici e proporre ipotesi di ricerca nelle quali i temi centrali dell'indagine si riflettono in modo più immediato e problematico. Furono, alcuni anni fa, le riflessioni sulle diverse interpretazioni del fascismo, che formano un punto di riferimento tuttora indispensabile. Ad esse fanno ora seguito, presso lo stesso editore Laterza, le proposte critiche avanzate nella Intervista sul fascismo curata da Micheal A. Ledeen.

Da tempo De Felice aveva mostrato la sua insoddisfazione nei confronti della diffusa interpretazione del fascismo come espressione del grande capitale; e aveva più volte indicato la sua preferenza per la tesi di Salvatorelli, che vedeva nella piccola borghesia declassata e minacciata dall'ascesa della classe operaia la dimensione sociale più importante del fenomeno fascista. Nello sforzo di giungere a una più precisa collocazione del fascismo nella storia della società italiana, De Felice ha ora sviluppato questa tesi su un piano diverso, che consente di mettere in luce un altro e più rilevante aspetto dell'attrazione che esso esercitò su vasti strati di ceti medi: la quale non restò confinata alle sole frange più impoverite e arretrate, ma coinvolse anche settori «emergenti», e direttamente legati allo sviluppo della moderna società industriale.Si trattava, a giudizio di De Felice, di strati ancora esclusi dal quadro dello Stato liberale, e che nel fascismo videro un potente strumento di mobilitazione politica e di rivendicazione della propria incidenza nella società. Sono giudizi che non si sentono tutti i giorni, e si è gridato allo scandalo. Ma è innegabile che questa impostazione riesce a rendere ragione di una serie di fatti che finora non riuscivano a trovare una loro collocazione nel quadro delle interpretazioni correnti.

Si ricordino, per esempio, le simpatie inizialmente mostrate per il fascismo da certi gruppi liberisti, i quali se ne attendevano la eliminazione dei vecchi parassitismi protezionistici di stile giolittiano, l'atteggiamento di grandi tecnici dell'agricoltura come Serpieri, le realizzazioni di innovatori intelligenti della finanza e dell'industria come Beneduce e gli uomini dell'Iri; per non parlare di quelle correnti idealistiche che nella riforma Gentile videro il coronamento della loro ventennale battaglia.Non tutte queste posizioni erano davvero moderne, e adeguate alle esigenze di una società industriale; ma per alcuni decenni esse furono tra le più avanzate che la società italiana, ancora così arretrata rispetto ad altri paesi del mondo industrializzato, riuscisse ad esprimere. L'efficientismo o le promesse di efficienza (quasi tutte mancate, nel caso del fascismo) degli Stati autoritari hanno sempre esercitato un fascino considerevole su strati numerosi di tecnici e sui settori sociali che gravitano intorno ad essi.

Anche al di là di quest'ambito, sostiene De Felice, il fascismo riuscì a realizzare una vasta mobilitazione politica delle masse. Naturalmente, sono da precisare le condizioni e i limiti di questa mobilitazione. Essa nasceva sulla base del totale controllo delle informazioni da parte del potere fascista, e dei limiti sempre più gravi posti a ogni forma di espressione e di dibattito, e quindi su premesse che alteravano profondamente il significato della partecipazione dei cittadini alla vita collettiva: ma attraverso queste vie il regime riuscì a promuovere un consenso superficiale ma vistoso e attivistico, che conferisce al fascismo la sua fisionomia di moderno fenomeno di massa e che, come giustamente De Felice sottolinea, lo differenzia dai regimi autoritari e burocratici tradizionali. In questo senso, l'asserzione che il fascismo sia comprensibile solo nel quadro della politicizzazione delle masse seguita alla Rivoluzione francese (anticipata non solo da Talmon ma anche da Gerhard Ritter a proposito del nazionalismo e nazismo tedesco) non sembra così blasfema da giustificare la virtuosa indignazione esibita da alcuni commentatori.

Anche perché De Felice indica con estrema chiarezza i limiti del regime in questo senso, analizzando i motivi di interna dissoluzione che operavano nel suo interno, una volta fallito il tentativo di educare una nuova generazione che invece veniva resa sempre più estranea dal formalismo imperiale e burocratico del regime. Meno convincente, forse, la tesi che alla radice del fascismo vi fosse il progetto di un «uomo nuovo», proiettato verso il futuro, a differenza di quanto accadeva nel nazismo, che guardava a modelli del passato. Questa tesi (sostenuta, ancor più che da De Felice, da Michael Ledeen, che si mostra intervistatore assai attivo e partecipe) non dà sufficiente rilievo a quanto vi era di tradizionale retorica nella immagine del nuovo italiano guerriero e frugale disegnata da Mussolini. È una posizione che nasce dall'esigenza giusta, e assai sentita da De Felice, di non schiacciare i diversi fascismi nazionali su uno sfondo comune che finirebbe per appiattirne i caratteri specifici: ma a questo fine può forse bastare il rinvio alla diversa fisionomia che i temi comuni al fenomeno nel suo insieme assumevano a seconda delle diverse tradizioni culturali.Non tutte le tesi del De Felice appaiono dunque ugualmente persuasive. Tutte, però, meritano di essere discusse a livello critico, e con la stessa spregiudicatezza di cui dà prova l'autore.

E invece si è assistito, già nella prima settimana dopo l'apparizione dell'Intervista, a una reazione isterica, che in più casi ha sfiorato i toni della denuncia e del linciaggio. A questo siamo, nell'Italia democratica, a trent'anni dalla caduta del fascismo. Si sono avvertiti echi di rituali vergognosi nella violenza con la quale si è indicato lo studioso alla pubblica esecrazione, quasi che la sua opera spianasse la via a chissà quali restaurazioni del fascismo (e questo, in un paese dove l'avvento al potere del partito comunista è questione di viva attualità!).Noi non crediamo a premeditazioni: ma di fatto la codificazione di reati intellettuali così elastici e così facilmente estensibili, può essere uno strumento assai utile per tenere a freno certe manifestazioni di cultura dissenziente, nei tempi duri che si preparano: e le tragiche esperienze di altri paesi ne danno dimostrazioni che non hanno bisogno di commenti. Virtuosamente, a De Felice si è ricordato che non c'è vera storia senza coscienza dei legami che uniscono il passato al presente. Noi preferiamo ricordare, agli autori di questi ammonimenti, che proprio chi ha per il presente un interesse più profondo e partecipe deve tendere a una conoscenza più sicura e realistica del passato, se si vuole che essa contribuisca a meglio indirizzare l'azione concreta, e non ad alimentare nuove illusioni.