Con Eötvös la storia d'Ungheria

Si pensa spesso al Principato di Monaco come a una riserva indiana, dove in vece dei poetici pellerossa si aggirano ricchi epuloni e usignoli cosmopoliti della lirica, rintanati a evitare le varie Agenzie delle Entrate. Sarà. Ma esiste anche un Principato dove ferve una programmazione musicale stimolante. È il caso del festival Printemps des Arts, giunto alla 30ª edizione. Per la serata inaugurale il direttore artistico Marc Monnet ha invitato una delle migliori orchestre del Belgio (quella Reale di Liegi, direttore Christian Arming), incentrando il programma sulla seconda sinfonia di Aleksandr Skrjabin, un compositore troppo spesso confinato alla sua formidabile produzione pianistica, al quale il festival dedica un'ampia retrospettiva. Essendo Skrjabin lettera quasi morta in Italia, è la prima e non ultima ragione d'interesse per seguire gli appuntamenti che si susseguono (fino al 13 aprile) nei fine settimana al ligneo Auditorium Ranieri III.
La seconda serata, affidata alle cure del compositore-direttore ungherese Peter Eötvös (con l'ottima Filarmonica di Monte Carlo), disegnava un ritratto musicale del Paese magiaro a ritroso nel tempo. Si partiva da due dense recenti composizioni di Eötvös (Concerto grosso e Zero Points), passando alle aforistiche suggestioni di György Kurtág (Messages), per chiudere con il popolare capolavoro di Zóltan Kodály, la suite da Háry János. Prima del concerto nei ridotti ticchettavano cento metronomi della provocatoria installazione che György Ligeti ha intitolato «poema sinfonico». Après, musica popolare ungherese, vale a dire la terra dove affondano le radici dei compositori magiari.