"Ecco il film tv sulla boxe come metafora della vita"

"La boxe è un'arte. Perché non si riduce ad una scazzottata da strada ma, grazie ad una tecnica raffinata quanto inflessibile, somiglia ad un duello schermistico"

Adriano Giannini ha praticato la boxe fin da quando aveva 14 anni. E in Il coraggio di vincere («tv movie» di Marco Pontecorvo, oggi in prima serata su Raiuno) interpreta un ex pugile.

Che tipo è il suo Rocco?

«Un ex promessa del ring, che un scorrettezza arbitrale ha messo fuori carriera, e che si è ridotto a gestire senza più alcuna illusione una vecchia palestra, assieme al suo ex allenatore, Nino Frassica. Finché non incontra Yann Gael: un giovane senegalese ricco di talento. Subito intravvede in lui la possibilità di un riscatto: dal razzismo per il suo allievo, dalle delusioni della vita per sé stesso. Il ring salverà entrambi».

Come spiega lei il fascino di questo sport e, al contempo, le sue pericolose trappole?

«La boxe è un'arte. Perché non si riduce ad una scazzottata da strada ma, grazie ad una tecnica raffinata quanto inflessibile, somiglia ad un duello schermistico. Che induce al dominio di sé e al rispetto per l'avversario. Purtroppo la corruzione e la nascita di altri sport da combattimento ne hanno un po' offuscato il lato romantico».

Da Lassù qualcuno mi ama con Paul Newman ai Rocky di Stallone, passando per Cinderella Man con Russell Crowe, il cinema è salito spesso sul ring. Qual è il suo titolo preferito?

«Toro scatenato di Martin Scorsese. Da ragazzino l'avrò visto mille volte. Anche lì un mix perfetto di idealismo e disillusione, di gloria ed amarezza. A pensarci bene, la boxe è davvero una metafora della vita». PS