Ecco il libro choc su Breivik

"Uno di noi" racconta il massacro di Utoya e l'uomo che l'ha compiuto. E soprattutto omaggia le vittime

«Non moriremo oggi, ragazze. Non moriremo oggi» disse Bano mentre sostavano vicino agli alberi. Sentivano gli spari, ma non capivano da dove provenissero. Fu solo quando videro un ragazzo cadere colpito vicino al caffè che si misero a correre.

Su per la collina dietro al campeggio, sopra le campanule e le ginestrine, sopra l'erica e le fragole selvatiche. Corsero finché non raggiunsero il Sentiero degli Innamorati.

Sul sentiero incontrarono Anders Kristiansen. Anders era abituato al rumore degli spari: aveva sentito spesso i colpi d'arma da fuoco esplosi nei poligoni di tiro presso la base di Bardufoss, dove suo padre lavorava.

Adesso stava cercando disperatamente di telefonare al 112, di mettersi in contatto con i servizi d'emergenza. Ma il numero sembrava perennemente occupato. Alla fine riuscì a prendere la linea.

«Stanno sparando a Utøya!» disse. Ma siccome i centralini locali delle emergenze erano intasati, la sua chiamata fu dirottata a un distretto di polizia in cui non si sapeva ancora nulla di ciò che stava succedendo sull'isola. Al diciottenne fu risposto che si sbagliava. Non era una sparatoria a Utøya, era una bomba a Oslo.

Inutile. Anders chiuse la comunicazione.

Proseguirono lungo il sentiero. Erano in tanti. Se ne stavano acquattati, pronti a scattare. Sotto di loro, molto più in basso, il Tyrifjord lambiva gli scogli. Alcuni ragazzi erano a piedi nudi, o con le calze soltanto.

Sul sentiero si discuteva della possibilità che si trattasse di qualcosa di autentico oppure di uno scherzo di qualche tipo.

«Non è affatto divertente fare gli stupidi a questo modo» disse una ragazza.

«Forse è una specie di trovata pubblicitaria» suggerì un ragazzo. Si accucciarono dietro un piccolo rialzo del terreno. Standosene seduti lì, non riuscivano più a vedere l'edificio che ospitava il caffè, da cui erano partiti gli ultimi spari. Il che significava che nemmeno chi stava sparando poteva vederli.

Poi sentirono dei passi pesanti calpestare l'erica.

Un ragazzo suggerì di sdraiarsi in strane posizioni e fingere di essere morti. Dopo tutto era troppo tardi per fuggire.

Bano si distese su un fianco con un braccio sotto di sé e l'altro disteso all'infuori in diagonale. Si era tirata per metà sui capelli il cappuccio giallo della sua giacca a vento rossa. Ai piedi aveva gli stivali di gomma taglia 38.

Anders si adagiò al suo fianco. Lui, che fin da piccolo amava avere il controllo della situazione, si sdraiò a terra. Lui, che aveva imparato l'arte della retorica ascoltando Obama e aveva la passione dei dibattiti parlamentari, non riusciva a trovare altre parole. Quel diciottenne che aveva fatto la guerra nei boschi con un fucile intagliato nel legno adesso se ne stava giù sul terreno fingendo di essere morto. Mise un braccio attorno a Bano.

L'uomo in uniforme aveva raggiunto il piccolo rialzo, a pochi metri dai ragazzi.

«Dove diavolo è lui?» chiese.

Nessuno rispose. Iniziò dall'estremità destra del gruppo.

Prima sparò a un ragazzo.

Poi sparò a Bano.

Poi sparò ad Anders.

I colpi venivano esplosi a intervalli di pochi secondi.

La nostra diletta piccola luna risplende/ Su chi non ha un letto, su chi non ha una casa

Le due ragazze che erano insieme a Bano sul margine del bosco quando tutto era cominciato giacevano vicino all'estremità della fila. Si tenevano per mano. Una ninnananna girava nella testa di Marte. Le era venuta in mente mentre se ne stava sdraiata a terra ad ascoltare gli spari susseguirsi. Uno dopo l'altro.

Che tutti i bimbi del mondo dormano stanotte/ Che nessuno di noi pianga, che nessuno sia abbandonato

Quella canzoncina l'aveva acquietata quand'era piccola e la acquietava adesso. Giaceva immobile, gli occhi chiusi.

Marte e Maria si erano appena iscritte all'organizzazione giovanile ed erano venute a Utøya per la prima volta, per vedere se era il tipo di cosa adatta a loro. Tenevano la faccia rivolta una verso l'altra. Indossavano le loro nuove felpe grigie dell'AUF. I logo con la fiamma stampati sul petto erano girati verso il suolo.

Marte lanciò uno sguardo furtivo all'insù e vide un paio di anfibi militari neri coperti di fango, e sopra di essi una banda riflettente a quadrettoni.

Poi una pallottola raggiunse la sua migliore amica alla testa.

Il corpo di Maria ebbe un sussulto, lo spasmo si propagò fino alla mano.

La sua presa si allentò.

Diciassette anni di vita non sono tanti, pensò Marte.

Echeggiò un altro sparo. Fu come se una scossa elettrica le attraversasse il corpo, come se qualcuno le suonasse dei tamburi dentro la testa. C'era un bagliore davanti ai suoi occhi.

Poi tutto si dissolse. Il terreno sotto di lei scomparve, e poi ogni suono. Il sangue le inondò il volto e ricoprì la mano su cui teneva appoggiata la testa. Tanto sangue. Adesso muoio, pensò.

Il ragazzo sdraiato accanto a lei fu colpito diverse volte. Stese la mano e disse: «Sto morendo».

«Aiuto, sto morendo, aiutatemi» implorava.

Ma non c'era nessuno che potesse aiutarlo. Marte voleva farlo ma non riusciva a muoversi. Il ragazzo ebbe uno spasmo, ma continuava a respirare. Il rumore del suo respiro si faceva sempre più fievole, poi si spense.

Breivik aveva ficcato un proiettile o due in ognuno di loro. Poi tornò indietro e li colpì di nuovo. A quelli che avevano cercato di alzarsi sparò più volte; un ragazzo ricevette cinque proiettili nel corpo. Quelle armi potevano essere letali da una distanza di oltre due chilometri. Qui, l'uomo che le impugnava era in piedi accanto alle vittime e mirava alla loro testa. Le pallottole si espandevano e si frammentavano quando entravano in contatto con il tessuto organico. Il killer fu sorpreso dal rumore che usciva dai crani quando colpiva le sue vittime alla testa. Era una specie di ah, un'esalazione, un respiro. Interessante, pensò. Non ne aveva idea.

Quel rumore non si produceva sempre, ma il più delle volte sì; lui se ne stupiva ogni volta che uccideva una persona.

Accanto ai ragazzi erano disseminati venticinque bossoli, alcuni sopra i loro corpi. Cinque della pistola, venti della carabina.

L'odore di sangue, vomito e urina ristagnava attorno agli undici sul sentiero. Due minuti prima era stato odore di pioggia, terra e paura. Da qualche parte in mezzo al gruppo giungevano dei deboli lamenti. Ben presto non si sentirono che uggiolii sommessi. Poi fu silenzio.

Copyright 2013 Åsne Seierstad

Copyright 2016 Rizzoli Libri S.p.A./Rizzoli, Milano

Commenti

java

Gio, 19/05/2016 - 11:43

l'organizzazione giovanile era un gruppo estremista comunista, come mai questa cosa non viene mai citata da nessuno?

Baryton

Gio, 19/05/2016 - 14:19

@ java - l’organizzazione giovanile è la sezione (giovanile) del Partito Laburista, più volte al governo in Norvegia; il suo leader Jens Stoltemberg è dal 1° ottobre 2014 Segretario generale della NATO. Gruppo estremista comunista ?!? Dài, sviluppa il concetto, facci ridere…

Ritratto di Mario Galaverna

Mario Galaverna

Gio, 19/05/2016 - 14:52

"Lui, che aveva imparato l'arte della retorica ascoltando Obama" Appunto. Ha imparato da colui che ha fottuto l'occidente imponendo l'islam totalitario ovunque.

dario_faber

Gio, 19/05/2016 - 14:53

Java: La cosa non è citata da nessuno perché non è che un'altra scemenza partorita da tua fantasia. Comunque, ti prego, non essere timido, facci un bell'elenco degli attentati terroristi commessi dal partito laburista norvegese. Intanto vado a scaldare i pop corn.

dario_faber

Gio, 19/05/2016 - 15:17

Java: La cosa non è citata da nessuno perché non è che un'altra scemenza partorita da tua fantasia. Comunque, ti prego, non essere timido, facci un bell'elenco degli attentati terroristi commessi dal partito laburista norvegese. Intanto vado a scaldare i pop corn. (2)

java

Gio, 19/05/2016 - 18:39

era un organizzazione estremista comunista. Non mi dispiace.

dario_faber

Ven, 20/05/2016 - 09:33

Java: questo qui sparava ai ragazzini e a te "non dispiace", sei veramente disgustoso. Ma quale organizzazione estremista, scimunito.