Ecco Motta, rinasce la canzone d'autore

Escono i brani di "Vivere o morire": "I testi sono la parte più importante"

Motta è un giovane artista che fa dischi alla vecchia maniera: soffrendo, macerandosi e poi avendone il pudore. «Ti è piaciuto?» chiede subito prima di parlare di Vivere o morire, l'album che lo sta consacrando al grande pubblico dopo che la nicchia di amanti dell'indie pop o dell'indie rock o, più semplicemente, della bella musica lo ha già incoronato premiandolo con la Targa Tenco per la miglior opera prima (La fine dei vent'anni).

«Il testo per me è la cosa principale di una canzone», spiega con gli occhi quasi sempre rivolti verso terra. Ha 31 anni, è fidanzato con l'attrice Carolina Crescentini e ha alle spalle la gavetta con i Criminal Jokers, partiti con suoni punk e poi raffinatisi con una new wave a tratti figlia dei suoni italiani di Diaframma o Litfiba o Polyart negli anni Ottanta. «Quando scrivo e registro, non ascolto altra musica. Sono praticamente isolato per provare a decifrare i ganci emotivi che mi portano a scrivere canzoni. E ora, riascoltando Vivere o morire dall'inizio alla fine, mi accorgo che parlo d'amore, non solo di amore finito o di condizioni per trovare un amore che inizia, ma anche dei sentimenti che si provano per i genitori. Ad esempio, stavolta in Mi parli di te canto addirittura la parola babbo, e per me è stato più difficile che pronunciare padre». Insomma Francesco Motta è un cantautore che per forza, quasi di forza, si staglia nel panorama musicale italiano e non è un caso che ora sia «griffato» dalla Sugar, l'etichetta di Caterina Caselli e Filippo Sugar che ha sempre particolare sensibilità nell'esaltare le voci fuori dal coro. E non è neppure un caso che Motta (trasmesso dai network con La nostra ultima canzone) parli spesso di «responsabilità» e indugi più di quasi tutti i suoi colleghi nello spiegare il difficile, controverso, spesso doloroso rapporto con la scrittura e la composizione di brani (che scrive in parte con Pacifico). «Il trucco di questo disco è di non aver trucchi», dice prima di spiegare, con una lucidità che 20 anni fa sarebbe stata scandalosa nell'ambiente musicale, che «per fortuna si parla sempre meno di indie rock: ci sono canzoni pop che sono belle e cantanti pop che sono davvero indipendenti».

In poche parole, questo pisano cresciuto a Livorno è uno sul quale puntare per disegnare il paesaggio della musica d'autore che verrà. Bravo, insomma, e unico.

Commenti
Ritratto di Giano

Giano

Gio, 05/04/2018 - 14:00

2- "I testi sono la parte più importante.", dice il nostro cantautore. Appunto, esattamente quello che scrivo da anni. Per i "musicisti" e cantanti di oggi la musica è morta. In assenza di una pur minima creatività musicale che sappia inventare una semplicissima melodia originale ed orecchiabile, cantano tutti la stessa canzone; ma non se ne rendono conto. Così, per ingannare il pubblico e se stessi antepongono il testo alla musica. Le canzoni non si raccontano; si suonano e si cantano. Quando si dà più importanza alle parole che alla musica (come succede da decenni) significa che la musica è morta, non si hanno più idee melodiche e armoniche e, per coprire questa grave carenza, si preferisce distrarre l’attenzione evidenziando più il testo che la musica. E ci si illude di passare per poeti o intellettuali “impegnati”. C’è chi ci crede. Ma in una realtà ormai alterata e taroccata tutto sembra ciò che non è ed è ciò che non sembra. Anche la musica.