"Ecco la storia di Calabresi senza pregiudizi di sinistra"

L'attore domani e dopo nella fiction «Gli anni spezzati» che ripercorre gli anni di piombo. "Peccato che la famiglia abbia voluto starne fuori"

Era un nome che scottava. Che non si pronunciava senza disagio. Oggi è il nome del protagonista d'una fiction. Cos'è successo, in questi quarantacinque anni, perché da «assassino infame» (come lo insultavano nelle piazze) il commissario Calabresi sia diventato un eroe del genere televisivo più popolare e rassicurante? «Forse siamo riusciti a liberarci di quarantacinque anni di scontri ideologici - considera Emilio Solfrizzi - di fango, veleni, slogan». E oggi che la storia del commissario ucciso il 17 maggio 1972, al culmine della feroce campagna con cui Lotta Continua ingiustamente l'accusò della morte dell'anarchico Pinelli, è diventata Il Commissario (il 7 e l'8 su Raiuno: prima parte della trilogia Gli annispezzati), il suo interprete sente ancor più fascino e peso d'un personaggio che - nonostante tutto - non finisce di dare fastidio.

«Quando me l'hanno proposto ci ho pensato su giorni e giorni. Quello non era solo un personaggio: era un simbolo, che portava con sé implicazioni umane, politiche, ideologiche. Poi ho capito: proprio questi erano i motivi per cui la storia del commissario Calabresi meritava d'essere maggiormente conosciuta».

È vero che la produzione Albatross di Jacchia e Momi ha avuto varie difficoltà nel realizzare Gli anni spezzati (che racconterà anche le scomode storie di Mario Sossi, rapito dalle BR in «Il giudice», e di Giorgio Venuti, dirigente Fiat di fantasia, ma ispirato a figure reali in lotta contro i terroristi, in «L'ingegnere»)?
«Io so solo che il progetto è partito molti anni fa. Che riguardava solo Calabresi, e poi s'è completato anche con le altre due figure. E a me è parso subito un progetto molto serio, molto equilibrato; in mano ad un regista come Graziano Diana, capace di raccontare la verità senza per forza resuscitare antichi e sopiti odi».

È questo che «Il Commissario» si propone? Ristabilire con equilibrio la verità?
«Soprattutto questo. I 70 erano anni in cui la verità non interessava né a sinistra né a destra. Neppure allo Stato - il cui comportamento fu ambiguo, per non dire colluso. Forse non interessava neppure me».

Anche lei era convinto che Calabresi fosse colpevole?
«All'epoca dei fatti ero solo un ragazzino. Ma più tardi, cresciuto nella sinistra, fu facile per me, come per molti, aderire ad un'opinione di parte, precostituita. Era più comodo aderire, che cercare di capire. E difatti Il Commissario racconta anche dell'incredibile appello anti-Calabresi firmato da centinaia di intellettuali italiani».

La famiglia Calabresi non ha collaborato alla fiction. Ne ha permesso la realizzazione solo a patto di rimanerne estranea.
«È vero, purtroppo. Posso capirlo; ma mi è molto dispiaciuto. Avrei voluto parlare col figlio Mario o la vedova Gemma, che ammiro molto. La documentazione fotografica su Calabresi è esigua; quella filmata inesistente. Ma ho letto tutti gli atti, tutti i libri, ascoltato tutte le testimonianze. E mi sono fatto l'idea d'un uomo disponibile, pacato, pronto al dialogo. Esattamente il contrario di quanto accadeva negli anni 70. Certo: anche lui ebbe i suoi limiti. Per esempio non prese posizione contro la malafede e le bugie delle istituzioni. Anche in questo la nostra fiction evita la retorica, cerca di raccontare con precisione».

Un precedente nell'interpretazione di Calabresi - indiretta, e tutt'altro che elogiativa - è nella parodia che nel 1970 ne fece Gian Maria Volontè in «Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto».
«Volontè smentì ogni riferimento. Ma io sono un attore d'oggi. E racconto Calabresi come lo sento oggi».

Un aspetto poco conosciuto del personaggio?
«La fede. Mi ha molto impressionato l'intervista che l'Europeo gli fece, ancora aspirante alla scuola di Polizia: diceva che avrebbe voluto portare nel suo lavoro il suo essere cristiano. Il che spiega come potè poi affrontare con serenità di coscienza le minacce di morte. E la consapevolezza d'un destino già segnato».

Si aspetta una telefonata dalla famiglia Calabresi, dopo la messa in onda de «Il Commissario»?
«Mi piacerebbe molto sapere che cosa ne penseranno. Ma, onestamente, non credo che avverrà».

Commenti
Ritratto di Runasimi

Runasimi

Mar, 07/01/2014 - 01:11

Perché non si fa un bell'articolo andando ad intervistare uno per uno tutti quegli intellettuali, o presunti tali, che hanno firmato quell'infame lista contro Calabresi? CON OGNI PROBABILITA' NON SI FARANNO TROVARE. Però sarebbe interessante sentire cosa avrebbero da dire oggi dopo che il sacro fervore rivoluzionario si è ammosciato nei conti in banca e nelle agiatezze del capitalismo.