Elio e le Storie Tese campioni d’ironia "oltre la politica"

Milano - Ma adesso no. Quando parla del suo nuovo cd Studentessi, Elio non è teso per nulla, anzi. È un quarantaseienne tranquillo come una pasqua che nel bel mezzo della preparazione del Dopofestival scopre che «per la prima volta nella nostra vita lasciata al caso siamo riusciti a far coincidere tutte le cose». Perciò tutto d’un tratto ecco il disco, il programma e poi la tournée che partirà il 4 aprile da Bologna e zigzagherà fino al Metropolitan di Catania. Di sicuro sarà un successo perché Studentessi mostra Elio e le Storie Tese come vi sareste aspettati ma non avete mai visto così bene, così padroni dell’ironia da piegarla alla realtà senza sconfinare nella polemica, nel partitismo sterile o nel qualunquismo ancor più frigido. Studentessi è la foto di un mondo, il loro, a cavallo tra letteratura surreale e Monty Python, tra Ionesco e il Belli. E se ci aggiungete partiture quasi progressive, il gioco è fatto. Lui, Elio, che lo sa bene, lascia che la musica parli da sola. Rimane al suo posto dietro le canzoni e, quando risponde, è l’altro Elio, l’artista completo che si racconta senza srotolare battute, gag, frecciate o nonsense. Sarebbe banale no? Ci sono già in tutte le dodici canzoni, e spesso sono sovrapposte, mescolate in un gioco che è un piccolo capolavoro conla porta aperta a tutti.

Caro Elio, bentornati. Sono trascorsi cinque anni dall’ultimo album.
«Appunto per questo in Studentessi abbiamo messo dentro così tanta roba. Così ci vogliono altri cinque anni per ascoltarlo».

Non è solo quantità.
«Effettivamente è un album a più livelli. Ma noi siamo sempre stati così. Se uno ascolta John Holmes per la prima volta, sembra solo un canto goliardico ispirato a un dio del sesso. Ma poi scopri, per esempio, che il ritornello è in quindici battute e che ci sono tanti altri dettagli capaci di trasformarlo in una canzone con i fiocchi».

Ma con tutta questa ricerca non c’è il pericolo di perdere immediatezza? In fondo è ciò che molti si aspettano.
«Chissà se facciamo ridere sempre gli stessi. Probabilmente il pubblico è cresciuto con noi e quindi ci riusciremo».

C’è un brano, il Congresso delle parti molli, che fa sorridere solo dal titolo. Una forma di Inno al corpo sciolto sui generis.
«Le recenti consultazioni elettorali tenutesi nell’organismo hanno evidenziato una forte volontà di cambiamento. Basta con lo strapotere del cervello, che si arrogava il diritto di fare quello che voleva del corpo. È cambiata un’epoca».

Ma allora siete diventati politici. Tra l’altro la sera del 14 aprile suonerete a Milano proprio mentre saranno diffusi i risultati elettorali. Festeggerete?
«Qui casca l’asino. Noi siamo extrapartitici, non siamo comunisti e non siamo di destra come ha scritto qualcuno».

Però il vostro singolo si intitola Parco Sempione e si riferisce a un parco chiuso a Milano dalla Regione. E la copertina di un vostro singolo raffigura insetti (“formiconi”) nel letame. È un caso? Formigoni si è già arrabbiato.
«Quella è una canzone sulla decadenza di Milano, diventata una città triste e cattiva rispetto a quando eravamo ragazzi. Ma possibile che non si possa pensare a Milano come a qualcosa di diverso da un nucleo di traffico e soldi? L’altro giorno, passeggiando con la mia fidanzata mi sono accorto per esempio che non c’è più la Centrale del Latte, che produceva il latte più buono del mondo. E nessuno me l’ha detto! Fino a pochi anni fa qui a Milano nasceva tutto, invece oggi in giro sento molta depressione, tristezza e senso di inutilità che ovviamente si riversano nella vita della città».

E anche sulle canzoni.
«Difatti sono ormai pochi i gruppi milanesi. Se penso agli anni Sessanta, quando c’era il Derby, i cantautori, i complessi rock. Oggi la scuola milanese è finita».

E difatti per fare uno po’ di show adesso ve ne andate a presentare il Dopofestival di Sanremo.
«Lucilla Agosti, che è bravissima, ci aiuterà a fare un bel po’ di cose nuove».

Tipo la parodia dei cantanti e la scherzosa dimostrazione che nel 1996 in realtà foste voi a vincere e non Ron?
«Ma se dici tutto che gusto c’è?».

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