Endrigo, il ritratto di un uomo inquieto

Francesco Mattana

A dispetto delle facili etichettature, Sergio Endrigo non era un uomo triste. Inquieto senz'altro, per via di una serie di nodi irrisolti leggibili nel suo volto, ma era un'inquietudine creativa che nulla aveva da spartire con la tristezza. Sono trascorsi più di dieci anni dalla sua scomparsa e la figlia Claudia ha sentito il bisogno, o meglio l'«urgenza» come la definisce Claudio Baglioni nella prefazione, di raccontare chi fosse per davvero Endrigo. Lo ha fatto con il libro Sergio Endrigo, mio padre. Artista per caso (Feltrinelli).

Bisognava partire dalle origini per fornirne un ritratto esaustivo. Dalla natia Pola, dal primo palcoscenico che fu l'osteria sotto casa: cantava La donna è mobile con voce tenorile e gli avventori, colpiti dalla prestazione, gli allungavano qualche soldo. Poi venne l'esodo forzato dall'Istria a seguito dell'avvento di Tito, ma la condizione di esule non lo atterrì, anzi la visse come un'esperienza avventurosa. Quella vitalità non lo avrebbe mai abbandonato, neppure da adulto. L'isola di Pantelleria, in particolare, è il luogo dove Claudia ha visto il suo papà pienamente felice: fra gite in barca e occasioni conviviali con amici che come lui apprezzavano il vivere semplice, riusciva a tenere in stand-by i fantasmi che agitavano la sua anima. Perché i fantasmi, sebbene la figlia ancora oggi non ne abbia individuato la vera genesi, c'erano eccome. Per silenziare i propri turbamenti, tutta la vita si diede al bere con eccessiva disinvoltura. Da un lato il rifiuto a interloquire con un mercato discografico sempre più cinico, dall'altro l'arrivo della sordità, menomazione che cominciò ad affliggerlo verso i cinquant'anni: tutti fattori che, sommati, contribuirono alla parabola discendente di Endrigo. Questo sì lo atterrì molto, sebbene gli omaggi specie negli ultimi anni non fossero mancati. Quello che Endrigo non sapeva è che anche in Italia, non solo in Brasile o a Cuba dove il pubblico lo accoglieva sempre come un eroe, in tantissimi non avevano mai smesso di voler bene a un uomo che, mutuando il titolo di un suo disco, considerava la vita l'«arte dell'incontro». Arte di cui era raffinato conoscitore, visto che nel suo cammino incrociò personalità del calibro di Vinicius de Moraes, che per lui scrisse la Samba para Endrigo, e Gianni Rodari, insieme al quale compose l'indimenticata Ci vuole un fiore.