Bettiza ultimo signore rinascimentale di un mestiere ormai proletario

Austero spirito borghese e aristocratico dissipatore, nei suoi libri riecheggiava Gogol' e Tolstoj. E i ritratti dei contemporanei sono capolavori di arguzia

Degli scrittori italiani del Novecento Enzo Bettiza è stato il più ottocentesco e il più russo. Di un secolo che cronologicamente non era il suo, si portava dietro l'idea del romanzo come costruzione, al tempo stesso cantiere e rappresentazione totale e epocale; di un'identità anagrafica che non gli apparteneva, e però sentita come propria, quel tanto di esotico e di spiazzante che lo rendeva diverso, una Russia slava come gigantesca dilatazione di quella Dalmazia che lo aveva visto nascere, ma che la sua successiva condizione di esule aveva reso sterile. Il risultato di questo connubio era una scrittura sontuosa e insieme febbrile, sarcastica e cupa, spesso fluviale nelle dimensioni (le duemila pagine di I fantasmi di Mosca...).

Dal suo libro d'esordio, La campagna elettorale, dove nel raccontare le elezioni del 1948 c'era più Gogol' che Machiavelli, a Il fantasma di Trieste, dove Daniele Solospin, il suo protagonista, era un classico eroe mitteleuropeo, all'autobiografico Esilio, al già ricordato I fantasmi di Mosca, per più di mezzo secolo la carriera letteraria di Bettiza si è intrecciata con quella giornalistica, il narratore puro «svenduto», come da sua ammissione, alla professione, ma mai domo e sempre riaffiorante, a volte stretto in un abito che non gli apparteneva e tuttavia sempre indossato come se fosse su misura. Si prenda questo ritratto, cechoviano, naturalmente, del direttore della Stampa Giulio De Benedetti: «Si alzò allora completo dalla sedia, sulla quale fino a quel momento era rimasto sospeso in bilico come un trapezista, si irrigidì sull'attenti dal capo ai piedi, spalancò la bocca e poi, tutto ad un tratto, si mise a ululare in un modo inusitato, uniforme, disumano. L'impressione era davvero sconcertante: quella specie di ringhio solenne che gli rampollava dai visceri era un fenomeno psico-sonoro del tutto autonomo dal corpiciattolo che restava rigido e immobile». Lo si paragoni a questa descrizione materna, tolstoiana, naturalmente: «Il volto ovale, i capelli corvini, gli occhi grandi, neri e vellutati, l'epidermide soffusa di una bianchezza opalescente, le mani dalle dita affusolate e lunghe suggerivano, nell'insieme, l'immagine di una venustà statica, eurasiatica, priva di sorrisi e di frivolezze: un miscuglio intrecciato di sacro e profano, un inquietante connubio fra l'icona bizantina e il gineceo turchesco, irrorato e impastato da sangui che sembravano sgorgare al tempo stesso dal Montenegro e dall'Asia». Ecco, decida il lettore dov'è lo spartiacque fra il Bettiza giornalista e il Bettiza romanziere...

Curiosamente, Bettiza teorizzava che «la vera scrittura si basa sul risparmio e sull'avarizia: è ellittica, sintetica, guardinga, allusiva, impone una sottrazione piuttosto che un'addizione di parole». Era sicuramente vero per molti scrittori, ma poco applicabile al suo caso, non foss'altro perché l'arte del levare è più novecentesca che ottocentesca, appartiene più alla modernità che alla classicità e in Bettiza c'era poco o nulla di moderno, ma semmai un continuo viaggiare con la testa all'indietro, un continuo spiegare il presente raccontando il passato... Era, la sua, una curiosa forma di miopia, dello stesso genere di quella che Indro Montanelli, di Bettiza sodale nell'avventura del Giornale, utilizzava per stigmatizzarne un'indolenza che era invece fittizia, come del resto qualche migliaio di pagine scritte dimostra. L'uno e l'altro, insomma, inseguivano un'immagine e non la realtà, finendo per perdersi in un gioco di maschere.

Ritrattista impareggiabile, Bettiza era naturalmente capace di raccontare un carattere con pochi, rapidi tocchi: «Claudicava, sia pure con una certa eleganza veloce ed aveva il piede caprino avvolto in una scarpa nera deformata che ricordava uno strumento di tortura. I capelli erano radi al centro del cranio forte e ossuto, e un manto di forfora ricopriva le spalle della sua giacca scura, modesta, burocratica». Stiamo parlando di Piero Ottone... «La capigliatura tirata liscia dalla fronte alla nuca, la faccia che scivolando sotto il mento non riusciva a prendere una forma definitiva, componevano una fisionomia raggelata in una fissità stuporosa ed enigmatica. Il tutto faceva pensare a una specie di Pierrot arruolato nell'esercito della salvezza». Stiamo parlando di Giulia Maria Crespi... «In quel corridoio tirato a lucido, che evocava un deserto, si poté vedere per oltre un'ora un rigido ometto magrittiano dal viso d'ocra, tutto vestito di nero, che con sguardo assente fissava una piccola luce rossa davanti a sé». Stiamo parlando di Dino Buzzati...

E però era la capacità di dilatare fino alla deformazione grottesca il personaggio e i suoi comportamenti, la sua vera cifra stilistica. Le pagine che in Esilio raccontano il «funerale di un Bettiza» attraverso la figura di Bepe Mitrovic, l'energico e brusco tombaro di famiglia, sono sotto questo aspetto esemplari, così come gli innumerevoli ritratti presenti in I fantasmi di Mosca, il suo romanzo più ambizioso. Curioso impasto di austero spirito borghese e aristocratica dissipazione, Bettiza si rispecchiava perfettamente in quel «baco della decadenza» così ben descritto da Thomas Mann in I Buddenbrook. Era stato gravemente malato da bambino, pittore irrequieto e fallito da giovane, scrittore già in età matura, precocissimo giocatore d'azzardo, il tutto complicato, come egli stesso dirà, «da una certa spinta equivoca, obliqua, all'incanaglimento e al degrado nei comportamenti morali in casa e fuori casa». Per certi versi fu proprio l'esilio a salvarlo, obbligandolo a dover contare solo su se stesso. Adesso che se n'è andato, ci accorgiamo che è stato l'ultimo signore rinascimentale di un mestiere ormai proletario e senza gloria.