Erotismo, mistero e delitti che fanno rivivere Simenon

A Cannes, fuori concorso, il convincente Amalric in "La chambre bleue" cattura le atmosfere del grande scrittore senza intellettualismi di maniera

da Cannes

La chambre bleue è un Simenon dei più classici, amore e morte, banalità e tragedia, passività e delirio. C'è una coppia di amanti, perfetta nella ricerca reciproca del piacere, imperfetta nell'incapacità di capire dove e come sfocerà: assuefazione, rottura, delirio di possesso ulteriore. Come spesso avviene, è la donna a scegliere la strada da imboccare e l'uomo si ritrova alla fine coinvolto suo malgrado, vittima che non sa più che cosa fare.

Scrittore cinematografico per eccellenza, Georges Simenon piace ai registi perché gli dà già una sceneggiatura bella e fatta, esemplare nei dialoghi e con dei protagonisti disegnati con pochi, ma precisi tratti. Non è un caso che, negli anni, La chambre bleue abbia interessato cineasti diversi fra loro quali Techiné, Chabrol, Pialat, i fratelli Dardenne, e non è un caso che a portarlo finalmente sullo schermo sia Mathieu Amalric, attore quasi bulimico per il modo con cui affronta i ruoli più diversi, e regista parsimonioso (cinque film in vent'anni), quanto eclettico. Perché Amalric ha molti punti in comune con l'universo simenoniano, che è un universo fatto di facce normali, banali quasi, dietro cui covano però tensioni profonde; del gusto di spiazzare, conservando sempre e comunque la propria individualità; del rifiuto convinto di ogni intellettualismo di maniera. «La serietà mi ha sempre terrorizzato» dice il diretto interessato.

Presentato al Festival nella sezione Un Certain Regard, La chambre bleue è una rivelazione, girato come fosse una natura morta, con il formato quadrato del cinema di una volta, glaciale nel suo fare da cornice alla storia raccontata.

Oltre che regista, nel film Amalric è anche attore: è lui Julien, questo marito adultero che si illude, nel chiuso della camera d'albergo dove incontra la sua amante, di essere libero da ogni restrizione e da ogni senso di colpa, libero di incarnare le proprie fantasie. Su quel letto devastato dopo l'amore, si sente un re. Ed è questo che lo perderà.

«Dimmi Julien» gli dice lei: «Se io mi rendessi libera, tu faresti altrettanto?». Lui annuisce, ma non capisce. Quando comincia a interrogarsi su quella domanda è troppo tardi.

«Julien è un uomo assente, padre di famiglia senza storia, lavoratore indefesso eppure un uomo senza qualità». Alle prese con un dramma per lui incomprensibile, è una figura allucinata dall'inizio alla fine, a cui il regista-attore presta uno sguardo seducente e però spaventato, con un che da animale braccato.

Tutto nel film è raccontato da questo volto che si rivolge al pubblico in sala e, sullo schermo, a un giudice (Laurent Poitreneaux, bravissimo) chiamato a investigare sulla morte sospetta del marito dell'amante (Stéphanie Cléau, compagna del regista anche nella vita), di cui lui, escluso il piacere sessuale, in realtà non conosce niente: è per certi versi la donna della sua vita, eppure con la sua vita non ha niente a che fare.

Poi arriva un altro delitto, e questa volta è la moglie di Julien a morire avvelenata. Non diremo di più, anche se questo è un classico giallo alla Simenon, dove cioè il colpevole non è mai uno solo e la soluzione (chi ha ucciso chi)non è poi la cosa più importante.

Figlio di giornalisti, regista per passione, attore per ragione e non per vocazione, Amalric ha 48 anni e crede nel lavoro artigianale. La chambre bleue è sotto questo aspetto esemplare, un gioiellino dove tutto gira alla perfezione, un'ora e un quarto di puro cinema come si faceva una volta, quando ci si prendeva meno sul serio, ma si lavorava seriamente.