Un esasperato requiem tra vittime e carnefici

Martinelli in scena a Milano con "Lotta di negro e cani"

C'era già stato Il ventre di Napoli della Serao per non parlare del Ventre di Parigi, capolavoro di Emile Zola, ma adesso - almeno per il pubblico milanese del Teatro I, sempre devoto alla programmazione intelligente e alla classe dei suoi allestimenti - si dovrà parlare, a proposito di Lotta di negro e cani, del ventre italianissimo di Renzo Martinelli. Dal momento che il regista di questo bellissimo cupo capolavoro del compianto Koltes ambienta nel cantiere in cui vivono, muoiono e agiscono il loro requiem esasperato e dolente sia le vittime che i carnefici si spalanca in basso guardato a vista dagli spettatori che, dall'alto, contemplano questo livido teorema.

In un approssimarsi al mistero della morte, al catalogo suicida delle perversioni e alla furia dell'annullamento che ci ricorda, ma in altro contesto, la grande parabola dell'Epopea di Gilgamesh che fu uno degli ultimi spettacoli del grande Victor Garcia. Qui la sordida lotta per il recupero del cadavere di un povero giornaliero, vittima esemplare della tracotanza di un superiore che, frustrato, riesce a comunicare solo col cane che gli è stato sottratto, si muta nella parabola universale di un mondo dove persino chi opprime non sa far altro che distruggersi scambiando la vita umana con un mucchio di sporche banconote. Come il capocantiere in perenne stato di ubriachezza e la sua sedicente fidanzata che, in preda alla disperazione, vorrebbe addirittura rinunciare al suo lasciapassare di bianca incidendo nel sangue la sua epidermide per confluire nella razza del nero. Cioè l'ennesima vittima che, prima di essere a sua volta eliminato dall'oppressore bianco, si vendica lasciandola al suo delirio.

Un grande spettacolo animato da lucidi interpreti, esasperati fino al grottesco: Alberto Astorri, Rosario Lisma, Alfie Nize e la sorprendente Valentina Picello, tutti nomi da incidere nella memoria per l'adesione alla battaglia della cultura. A differenza dell'allestimento di Patrice Chereau che, al posto dell'habitat asettico e al contempo realistico privilegiato da Martinelli, aveva immaginato un'astratta foresta naif che alludeva alla sottesa ambiguità tra vittima e carnefice dei due bianchi, oggi la sapiente lettura dell'italiano assume una valenza catartica sposando la carta dell'impossibile convivenza umana.