Esce di scena l'ultimo anticonformista

Autore e attore, regista e coreografo, ha saputo rifare il teatro senza rifarsi a nessuna scuola

Stefania VitulliForse l'ultimo anticonformista. Di certo uno dei più longevi, sopravvissuto alla morte del teatro, del romanzo, della televisione, della cultura. Avrebbe compiuto 87 anni a maggio, l'attore fiorentino Paolo Poli. La sua scomparsa, ieri a Roma (era ricoverato da un mese al Fatebenefratelli, assistito dalla sorella Lucia) è stata annunciata dal sindaco di Firenze Dario Nardella.Straordinario esempio di attore-autore, ma anche di dramaturgo, regista, scenografo, coreografo e all'occorrenza esperto in ogni arte del palcoscenico, ebbe la sfacciata intelligenza di rifare il teatro senza rifarsi a nessuna scuola. Amava autopromuoversi perché solo il grande mattatore può parlare di se stesso, ma detestava le voci che corrono, prime fra tutte quelle sul privato, motivo per cui decise di dichiararsi, in tempi in cui nemmeno agli artisti era concesso l'outing, apertamente omosessuale per gesti e pensiero: «Giravo dopo guerra con un nero bellissimo, con i capelli tinti di biondo, a braccetto in centro Firenze» raccontò una volta in un'intervista. «Si giravano tutti a guardarmi... Le mie sorelle mi tolsero il saluto. Fecero bene». Unì coraggio ad eleganza, spirito rivoluzionario a senso dell'umorismo, divenne maestro implicito di tante generazioni, modello inarrivabile di comicità raffinata senza bisogno di farsi proclamare tale in cerimoniali che per primo avrebbe ritenuto noiosi. Dopo una laurea in letteratura francese con una tesi su Henry Beque, la radio e il teatro su testi dialettali, finché approdò a Roma, alla Cometa, nel 1961, con uno spettacolo sul Novellino. Da lì partì il suo vagabondare colto attraverso la letteratura italiana che riuscì a rinvigorire proprio in quegli autori e brani che il pubblico credeva di conoscere a memoria e che soprattutto i suoi colleghi artisti consideravano spremuti già in ogni ruolo e ispirazione. I suoi Carlo Collodi e Aldo Palazzeschi indimenticabili, ma anche la sua Carolina Invernizio e la Vispa Teresa, Savinio e l'Alfieri non solo rinfrescati, ma letteralmente risuscitati a una vita nuova di paradosso e viscere, condita di canzoni, costume, ricuciture e variazioni di tono sempre agli estremi dell'alto e del basso, di giochi di parole, doppi sensi e caricature. Dopo il successo, nel 1967, di «Rita da Cascia», spettacolo accusato di vilipendio alla religione e su cui Oscar Luigi Scalfaro fece un'interrogazione parlamentare, il pubblico imparò a conoscerlo e a riconoscere lo stile che divenne culto. I suoi interventi en travesti rovesciarono il modo di concepire il trucco e il parrucco, la sartoria, i colori e i fondali e gli permisero di fondare un modo estremo di «fare sul serio» usando un naturalismo surreale. Aiutato da una coautrice straordinaria come Ida Omboni, scrisse in un anno simbolico come il 1968 «La Nemica» di Niccodemi, spettacolo che ribaltò le coscienze di un Paese del tutto disabituato alla dissacrazione immoralista. Testo sfoltito, ambientazione portata dalla Francia all'Italia, riduzione a sei personaggi, una settimana di prove: uno spettacolo cotto e mangiato in pochi giorni arrivò a mille repliche e lo consacrò per sempre icona del teatro. La compagnia, di soli uomini travestiti, girava intorno a una mamma duchessa perbenista e ipocrita in boa di struzzo, simbolo di una borghesia tra Otto e Novecento, incarnata da un Poli tutto vocine e isterismi che anticipava di mezzo secolo il teatro sul gender. Da Canzonissima all'operetta, un titolo su tutti, «Al cavallino bianco», dal teatro con i suoi testi ma anche le riscritture di Becket e Genet, Marinetti e Gozzano, Wilde e Diderot, al cinema di Duccio Tessari e Zeffirelli fino a Gianni Amelio con il documentario «Felice chi è diverso», presentato a Berlino nel 2014, breve testamento spirituale in cui Poli, uno dei venti «anziani» intervistati da Amelio, parla apertamente della propria giovinezza e di sé. Non si è fermato fino all'ultimo: al Festivaletteratura di Mantova di settembre leggeva con la consueta sarcastica insofferenza verso tutto le ricette di Pellegrino Artusi, di cui aveva appena realizzato l'audiolibro; era tornato in tv dopo oltre 40 anni di assenza con «E lasciatemi divertire», su Rai3; aveva firmato la sua autobiografia, «Alfabeto» (Einaudi). E aveva portato in scena un ultimo spettacolo, «Aquiloni», tratto da Giovanni Pascoli: venato di una malinconia insolita, che sempre più faceva capolino tra le sue travolgenti sventagliate e chansons.