Fagioli e telefoni: "Il mio Montanelli" visto in redazione

Una veloce autobiografia con un gigante sullo sfondo. Un tuffo alle radici di una professione che negli ultimi anni è stata trasformata, rivoluzionata dalle tecnologie. Il viaggio nel passato è quello di Carlo Grandini che del nostro Giornale è stato il primo capo della redazione sportiva, l'apripista di un servizio che stiamo cercando di dare ancora nel miglior modo possibile ai nostri lettori con strumenti e supporti radicalmente cambiati rispetto a 43 anni fa, quando la nostra avventura incominciò. Figuriamoci quindi quanto sia impietoso il confronto con i tempi in cui (e parliamo di fine anni Cinquanta) Grandini cominciò nel mondo del giornalismo, partendo dai primi timidi fogli scritti per la Gazzetta Padana, il quotidiano di Ferrara che, grazie alle cronache sulla grande Spal di Paolo Mazza, fu per lui il trampolino di lancio verso Tuttosport prima e il Corriere della Sera poi.

La storia di Grandini, in fondo, può essere la storia di ciascuno di noi giornalisti. Se non fosse che a un certo punto della carriera ha avuto il privilegio di imbattersi in Indro Montanelli, proprio nel momento in cui il «maestro del secolo», come lo definisce lo stesso Carlo, lo chiama ad iniziare l'avventura del Giornale. Grandini accetta, mettendo in gioco la propria carriera avviata alla redazione sportiva del Corriere, e si trova a vivere quegli anni pionieristici del nostro quotidiano, ad avviare la redazione sportiva con un pugno di colleghi come Tauceri, Eleni, Benzing, Caruso e un editorialista acuto come Gualtiero Zanetti, vecchio direttore della Gazzetta. Pochi anni - Grandini reggerà l'incarico dal '74 al '79, passandolo poi ad Alfio Caruso - ma sufficienti per raccontare nel libro Noi eravamo quei giornalisti (Cicorivolta, pagg. 136, euro 12) qualche risvolto di quell'avventura, dalle sue imitazioni del grande direttore all'attentato a Montanelli messo a segno dalle Br nel '77. Un Montanelli qui ritratto nella sua autorevolezza inarrivabile, ma anche nei risvolti più banali della vita quotidiana in redazione, come quando litiga con il telefono di ultima generazione (e non c'erano ancora gli smartphone) o si consola della scomparsa di Guido Piovene andando a mangiare i fagioli dalla Bice. Un Montanelli che lo tiene sotto l'ala protettiva, ma non gli negherà di spiccare nuovamente il volo quando Grandini verrà chiamato di nuovo al Corriere: «Sai quanto ti apprezzi gli dice Indro con tono paterno -, ma avrai sì e no quarant'anni... E allora vai».

«Il mio Montanelli», sottotitolo del libro, è la parte che ci appartiene maggiormente del racconto di Grandini. Ed è appunto il ricordo affettuoso del rapporto con il grande Indro tratteggiato da uno dei fedelissimi di quell'avventura. Una parentesi significativa in un libro che può servire a chi vuol scoprire come era il mestiere del giornalista un bel po' di anni fa, quando internet, i cellulari e la tv satellitare erano cose che non abitavano nemmeno nella fantascienza. Quando c'era da fare i conti con il piombo e con il proto, quando ci disegnavamo i menabò (le pagine) da soli e quando bisognava tagliare i pezzi in tipografia righino per righino. Ma soprattutto quando la gavetta e il marciapiede erano ancora i luoghi deputati a formare grandi professionisti, meno aiutati dalla tecnologia ma forse meno omologati.