«Fare film sul potere è duro Sulla sinistra molto di più»

«Il racconto della politica al cinema non è un fatto scontato. In Italia non si faceva più dai tempi di Rosi o di Petri». E magari, qualche leader della sinistra sinistrata raccontata da Roberto Andò nel suo vivido Viva la libertà ne avrebbe fatto pure volentieri a meno. E invece il regista siciliano ha portato sul grande schermo la storia raccontata nel suo romanzo d'esordio Il trono vuoto (Bompiani) che qualche mese fa ha avuto un buon riscontro anche al botteghino e ha recentemente ottenuto due David di Donatello (sceneggiatura e attore non protagonista, Valerio Mastandrea) e un Nastro d'argento (sceneggiatura) prima dell'uscita in home video in questi giorni. «Sarà un'altra occasione per verificare l'azzardo dell'idea, la bontà di questo progetto, un tappo sulla politica che si è liberato al cinema». Roberto Andò, classe 1959, palermitano adottato dalla Capitale dove mi accoglie in un elegante appartamento nella Prati più vicina al Vaticano mentre squilla il telefono e all'altro capo c'è proprio Rosi, è un caso atipico di regista. Decine le sue regie teatrali e di opere liriche, poi il cinema con tutto il suo lato più intellettuale e complesso (Viaggio segreto, Sotto falso nome) e le sue passioni d'origine (Il manoscritto del Principe ossia Tomasi di Lampedusa al lavoro su Il gattopardo) mentre ora sembra vivere una nuova elettrizzante dimensione di «leggerezza» - come ama definirla - e di incontro con il pubblico: «Questo film mi ha dato la forza di immaginare con libertà attraverso una struttura non conforme. Mi piacerebbe mantenere questo sguardo. Una volta ho letto un'intervista di Bertolucci in cui, dopo un insuccesso, diceva di essersi posto il problema del pubblico. Tutti i registi dovrebbero farlo. Ora questo desiderio è emerso in me perché quando vuoi parlare del tuo Paese devi entrare in contatto con gli spettatori».
Ma, a sinistra, non tutti sono stati così empatici.
«Bè certo, c'è stato chi come Renzi e Veltroni, peraltro recensori positivi del romanzo su Panorama, mi ha fatto arrivare un'adesione entusiasta. Nel corso del tempo sono venute fuori le anime inquiete della sinistra con Civati con cui sono appena stato al suo politicamp a Reggio Emilia dal titolo proprio W la libertà. Mente l'altra parte è rimasta in imbarazzo. So che Bersani l'ha visto da solo a Piacenza».
E D'Alema?
«Silenzio assoluto».
Uno dei suoi «padri» intellettuali, Leonardo Sciascia, ha sempre cercato di raccontare il potere.
«L'affaire Moro era una specie di processo al palazzo dove la politica è sinonimo d'impenetrabilità, di mistero. Dopo Berlinguer i politici hanno sul volto l'angoscia del potere. Lo cercano ma al contempo vorrebbero fuggirgli. Io sono partito da qui ma in direzione del cambiamento. Il film mette insieme vita e politica e lo spettatore s'immedesima nell'idea che nell'esistenza si possa sempre ripartire».
Come nella sua vita?
«A 19 anni ho scritto il mio primo romanzo. Piacque molto a Sciascia ma lo misi nel cassetto e sta ancora lì. Poi sono andato avanti come in una specie di strabismo attraverso discipline diverse. Mai conforme e sempre anomalo, un po' come Toni Servillo, il protagonista di Viva la libertà e ingiustamente non premiato ai David anche se naturalmente sono contento per Valerio Mastandrea».
Come mai, lei che è così «transmediale», non ha mai fatto tv?
«Mi è stata proposta varie volte ma la narrazione da noi è molto conformistica. Tutto è giocato sullo struggimento privato. Potrei accettare solo se fossi coinvolto nel progetto fin dall'inizio, dalla sceneggiatura».
Intanto continua con l'opera lirica, la sua passione. Ma è una proposta ancora contemporanea?
«Certo, a Torino all'inizio del prossimo anno farò Il flauto magico. L'opera è straordinaria proprio perché propone un paesaggio che lo spettatore pensa di ritrovare sempre uguale ma la scommessa del regista è di cambiarlo sempre. Come quando in Viva la libertà ho inserito la popolare La forza del destino di Verdi che rappresenta perfettamente il carattere dell'italiano e con cui lo spettatore si riconosce, come se galleggiasse dentro un liquido amniotico».
E il teatro?
«Connesso con l'opera. A Palermo il 23 ottobre con Sette storie per lasciare il mondo con Marco Betta, musicista di Viva la libertà, storie di persone che scompaiono, con la novità che lo spettatore vedrà sul palco su due schermi sette film che sostituiscono il libretto».
Cosa risponde a chi dice che la lirica drena molte risorse dello Stato?
«Conosco bene il mondo dell'opera. Ci vorrebbe molto più coraggio da parte dei sindacati che in questo sono molto conservativi. Ci vuole una scossa perché ci sono cose rinunciabili. Un teatro si apre quando c'è uno spettacolo. Invece i costi fissi sono altissimi».
E il sostegno alla cultura? A Taormina ha lanciato un grido di allarme.
«Sono fiducioso nel ministro Bray ma, come diceva Fellini, non possiamo tollerare di prendere i pugni in faccia. La battaglia sul ripristino del tax credit dimezzato alla produzione dei film è sacrosanta. Lo Stato deve preservare un'idea di civiltà e fare delle scelte strategiche. Poi il singolo artista deve costruirsi il suo percorso. Magari senza troppi aiuti si può trovare in una condizione più giusta e stimolante».