La festa di Giorgio Albertazzi: "Leggerò Calvino con Pacino"

Il grande attore: "Negli Usa faremo una tournée a due voci per “Lezioni americane”". E riassume in una battuta la vita sentimentale: "Meglio fare l'amante che il marito"

«Ma è vero che il 20 agosto compio solo novant'anni?», si chiede con ironia Giorgio Albertazzi. Il giovanotto per eccellenza del teatro italiano festeggerà alla Versiliana di Marina di Pietrasanta col recital Io ho quel che ho donato, omaggio a D'Annunzio nel 150° anniversario della nascita.

Albertazzi non solo è in piena attività ma addirittura in piena fibrillazione. Del suo passato umano, artistico e politico parla col garbo distaccato di un gentiluomo anglosassone. Senza tuttavia dimenticare di sfoderare le unghie in un assolo di nostalgia, non esente dall'orgoglio di aver sempre combattuto senza nascondere la sua militanza a Salò. Negli anni Settanta radicale con Pannella. Oggi intellettuale anarchico. Si chiede infatti come sia riuscito nell'Italia della Seconda Repubblica ad esser diventato direttore artistico del Teatro di Roma e si compiace di Veltroni che, dopo averne sostenuto la nomina, qualche anno fa ha celebrato le sue nozze con Pia Tolomei, «l'amica più cara e paziente della mia vita da più di trent'anni». Da lui definita «un folletto simile ad Ariele, lo spirito immortale della Tempesta» che, il giorno del matrimonio, «arrivò a cavallo vestita da uomo, coi capelli sciolti. Come si fa a non amare una creatura simile?"».

Della sua fama di irriducibile dongiovanni parla sorridendo con distacco: «Ho sempre preferito il ruolo dell'amante a quello del marito». Sia quando sedusse l'incantevole Bianca Toccafondi, la sua prima compagna di vita e d'arte «bella come una Madonna del Botticelli». Sia quando naufragò tra le braccia di Anna Proclemer, «per temperamento famelica come La lupa di Verga, il personaggio a lei più congeniale».

Con Proclemer formò la compagnia di prosa più acclamata del nostro dopoguerra: il repertorio eclettico pose Albertazzi, a poco più di trent'anni, tra i grandi interpreti del teatro italiano. (La popolarità giunse, agli albori della televisione, con un programma, Appuntamento con la novella che all'epoca definito sperimentale, con sorpresa generale, fu un successo). Albertazzi non nasconde l'affetto che ancora lo lega ad Elisabetta Pozzi. Una fidanzata che, al tempo del loro amore, fu figlia sua in quel Re Nicolò di Wedekind frutto dell'ingegno pittorico di Enrico Baj. Un'opera che segnò lo sfolgorante ritorno al successo giovanile, e che lo elevò a simbolo della cultura in una scena come la nostra, sempre più arroccata sulle tesi di Brecht.

Albertazzi ha sempre collaborato con tutti i registi di cui stimava l'intelligenza, al di là delle scelte politiche di fondo che dettano legge in Italia. Da Ronconi che lo volle in quel Diario privato di Leautaud dove scherzava ai limiti della pornografia col lessico provocatorio, fino a Castri col quale riportò sulle scene un testo «irrecitabile» come il pirandelliano Quando si è qualcuno. Ricordando, in quell'occasione, che un attore come lui incline a sfidare mode consacrate ha sempre preferito rischiare mettendo in scena autori italiani raffinati come Brusati (memorabile la sua Pietà di novembre dove diede voce e fiato a Lee Harvey Oswald, il presunto assassino di Kennedy). Per tornare, appena possibile, a cimentarsi col prediletto D'Annunzio di cui, dopo essere stato un Aligi da brivido nella celebre Figlia di Iorio di Squarzina al Vittoriale, propose con un coraggio da leoni la ripresa della Gioconda da anni invedibile in Italia. Attirandosi, con gli elogi della critica, i fischi scatenati del pubblico in piena bagarre, con gli alfieri del Sessantotto alle porte che lo accusavano di passatismo ad oltranza. Dimentichi, nella loro arroganza, che nelle rare occasioni che gli erano state offerte dal cinema di qualità era stato, l'alfiere accreditato della Nouvelle Vague quando Resnais lo volle protagonista dell'Anno scorso a Marienbad mentre Joseph Losey fece carte false per convincerlo ad essere il partner di Jeanne Moreau in Eva.

Ma adesso, il giovanotto in questione fa capire che il suo iter è appena cominciato. Dato che si prepara, a fine novembre, ad affrontare un personaggio scomodo come Shylock, l'ebreo ipocrita e crudele del Mercante di Venezia di Shakespeare. Un'anima nera che a suo dire «altro non è che un fantastico istrione tutt'altro che piegato dagli avvenimenti. Vedrà cosa ne farò». Prima di affrontare in coppia, lui in italiano e Al Pacino in inglese, un tour a due voci negli Usa con le Lezioni americane di Italo Calvino, da lui assai «apprezzato in quanto scrittore più scomodo che amato». Quando poi gli si chiede cosa pensa della cultura in Italia, confida preoccupato che persino la sua città natale, Firenze, «sta subendo un inarrestabile processo di imbarbarimento».