"La fiction all'americana che vuole raccontare gli autentici eroi italiani"

In «Fuoco amico» l'attore porta in tv (da stasera su Canale 5) una storia di armi e d'amore ambientata in Afghanistan

Per favore: non chiamatelo più sex-symbol. Oltre che monotono, ormai, sarebbe riduttivo. Col tempo e l'intelligenza il «bello» del nostro cinema d'una bellezza quieta e rassicurante: intenerisce le donne senza ingelosire gli uomini - ha fatto scelte via via più mature, veicolo di contenuti sempre più alti. E, quel che più conta, personalmente condivisi. Ormai Raoul Bova produce («Ma non chiamatemi produttore», si schernisce lui) molti dei propri film e fiction. E in ciascuno difende, coinvolto in ogni fase della lavorazione, un valore in cui mostra di credere particolarmente. È il caso dell'impegnativo Fuoco amico: otto puntate da stasera su canale Cinque in cui - accanto a Megan Montaner (l'eroina de Il segreto), sullo sfondo della guerra in Afghanistan, e in una spy story colorita da melodramma d'amore - racconta il duro impegno di pace delle forze armate italiane all'estero.

Una fiction che ha respiro e veste da film di guerra. Soggetto insolito, per gli standard Mediaset.

«E difatti, diciamoci la verità: Mediaset l'ha inizialmente accolta con scetticismo. Non per il soggetto; ma perché, ricca com'è di ambientazioni diverse, sarebbe costata molto. Una fiction simile - dicevano - potrebbero farla solo gli americani!. Ma io non ho voluto spenderla con produttori stranieri. È una storia molto italiana, questa: e con l'aiuto dell'Esercito Italiano l'abbiamo fatta noi».

Set in Marocco e Sardegna (per simulare l'Afghanistan), sei mesi di riprese, l'intricata avventura del Capitano di un distaccamento incursori del 9° Reggimento d'Assalto Paracadutisti «Moschin», innamorato di una bella afghana (la Montaner), e alla ricerca del padre scomparso (Ugo Pagliai). Ma non solo questo.

«No: non solo. Questo farebbe di Fuoco amico una semplice fiction di guerra, appunto. E invece, pur con tutta la spettacolarità del genere, noi raccontiamo anche dell'impegno quotidiano dei nostri soldati, ragazzi e ragazze, che credendo profondamente in quel che fanno, cercano di alleviare le sofferenze di popolazioni provate da mille stenti. Raccontiamo delle armi batteriologiche che, senza che l'opinione pubblica ne sappia nulla, vengono testate su creature innocenti, spesso bambini, sfruttate per denaro come cavie da esperimento. Raccontiamo, infine, della difficoltà di distinguere fra buoni e cattivi perfino dentro le istituzioni; in un dramma in cui anche i Servizi Segreti hanno le loro oscure responsabilità. Da qui il titolo».

Da tempo lei è molto attivo nel sociale, cura e difende i valori sempre impegnativi - dei suoi lavori. Perché?

«Perché il mio lavoro è diventato un riflesso dei sentimenti che ho dentro. Come genitore oggi ho paura, quando penso che i miei figli prendono una metropolitana, o passano vicino a una stazione ferroviaria. Ma come fai a spiegare a dei ragazzini cos'è il terrorismo? Recentemente, mentre mio figlio entrava in un teatro, io sono rimasto fuori, nascosto, a controllarlo. E allora: quale può essere l'antidoto contro una paura simile, che condiziona le nostre vite? Una storia in cui il coraggio è quotidiano. Ed esercitato nei modi più semplici, dalle persone più comuni».

Ma come reagirà un pubblico che, proprio in tempi di terrorismo, è forse più bisognoso di evasione?

«Non ho pensato se questa storia avrebbe funzionato in tempi simili. Ho pensato che bisognasse raccontarla. Noi dobbiamo essere fieri di essere italiani. In giro per il mondo l'italianità dei nostri soldati cioè la loro umanità - ha sempre fatto la differenza. Ce lo riconoscono tutti. Ho potuto verificarlo io stesso: per loro essere militari significa difendere dei valori. Hanno un senso del dovere spontaneo, radicato».

E avere anche la responsabilità produttiva non l'ha distratta dal suo mestiere di attore?

«Al contrario! Proprio perché Fuoco amico è una fiction speciale per me, ci ho lavorato con tutto me stesso. Ma nessuno sul set ha semplicemente timbrato il cartellino: ci hanno messo tutti il cuore. E con un'abilità me lo lasci dire- anche questa tipicamente nostra. Quella di fondere la nostra italianità - fatta di passione, cuore e sentimento - con una modernità tecnica e recitativa di stampo americano».