Il film del weekend: "American Pastoral"

Ewan McGregor, nel doppio ruolo di protagonista e regista, confeziona un film ordinario ma dignitoso. Sicuramente lontano dal capolavoro letterario di partenza.

Nessun regista si era avvicinato finora al libro di Philip Roth, "American Pastoral", quattrocento pagine premiate con il Pulitzer per la letteratura nel 1998. Ad assumersi il rischio di adattarlo per il grande schermo è arrivato, però, Ewan McGregor, noto attore scozzese (guarda la videorecensione).

Armato di un coraggio che sconfina nell'incoscienza, ha scelto un vero battesimo di fuoco per il suo passaggio dietro la macchina da presa. McGregor ha ammesso candidamente di aver ignorato l'esistenza del romanzo fino a quando si è innamorato di una sceneggiatura tratta da quello. Il risultato è che il grande affresco sul sogno americano e sulla sua dissoluzione creato da Roth è stato tradotto in un film didascalico incentrato sul rapporto tra un padre e una figlia.

Seymour Levov (Ewan McGregor), detto lo Svedese, non è solo un uomo stimato e amato da tutti, ma ha anche una vita perfetta: campione sportivo ai tempi del liceo, ha sposato Down (Jennifer Connelly), ex reginetta di bellezza, e ha un posto di prestigio nell'azienda paterna.

Sarà l'adorata figlioletta, Mery (Dakota Fanning) a mandare in frantumi l'idillio borghese che l'ha generata: una volta sedicenne, si macchia di un attentato terroristico in cui perde la vita un uomo. Lo Svedese, nella disperata ricerca della figlia latitante, conoscerà l'inferno e compirà un doloroso percorso di consapevolezza.

Ewan McGregor, dopo essersi assunto il rischio di girare l'adattamento, nella realizzazione dei 108 minuti del film prende invece decisioni prudenti. La regia è piatta quando non incerta, comprensibile trattandosi di un'opera prima, e la narrazione appare molto lineare. Il neo-regista sceglie di mettere al centro della scena un dramma intimo e personale, relegando il contesto sociale, da coprotagonista che era nel libro, a semplice sfondo. Del romanzo politico in cui viene ritratto il terremoto generato da due generazioni in rotta di collisione su temi come la guerra in Vietnam o i diritti degli afroamericani, resta ben poco. Quella del film è la storia di una famiglia del New Jersey raccontata in maniera diligente, con costumi, scenografie e cast appropriati (l'unica a brillare per bravura però è la Connelly). Lo stile sobrio e la chiarezza espositiva fanno sì che quesiti importanti sollevati durante la vicenda ottengano risposte pallide, così come abbastanza in superficie resta il coinvolgimento emotivo del pubblico.

Un cineasta d'esperienza avrebbe probabilmente comunicato in modo più incisivo le sensazioni nate sulla pagina, ma è fuor di dubbio che "American Pastoral" sia un'opera monumentale difficilmente filmabile. Perciò il confronto col capolavoro di partenza è tanto inevitabile e lecito quanto, forse, ingiusto. Il pubblico sappia che il film, preso per tale, pur non brillando per profondità ha momenti suggestivi.