Il film del weekend: "Borg McEnroe"

Un bel film d'intrattenimento che coinvolge riproducendo la storica finale di Wimbledon del 1980 e ripercorrendo, a ritroso, la biografia di due rivali non così diversi tra loro

Non serve certo essere appassionati di tennis per apprezzare un film come "Borg McEnroe", fresco vincitore del Premio del Pubblico alla dodicesima Festa del Cinema di Roma.

La pellicola prende spunto dall’epica finale di Wimbledon del 1980 per dipingere il doppio ritratto delle due icone che vi si scontrarono per la prima volta: lo svedese Bjorn Borg (Sverrir Gudnason) e l'americano John McEnroe (Shia LaBeouf).

Il primo, ventiquattrenne, soprannominato "uomo di ghiaccio", elegante e compassato, apparentemente privo di emozioni, si presenta all'appuntamento dopo aver espugnato Wimbledon per quattro anni di fila e vuole ad ogni costo confermarsi re incontrastato del tennis. Il secondo, ventunenne, newyorkese di origine irlandese, intemperante e ribelle, è l'astro nascente determinato a spodestarlo. Sul campo l'aplomb di Bjorn è leggendario quanto le sfuriate di John nei confronti degli arbitri. I loro stili di gioco sono gli antipodi, ma è soprattutto la stampa ad amplificare la rivalità e le differenze tra i due. Il circo mediatico alimenta ad arte una dicotomia che è in realtà solo di superficie. Il film, infatti, rivela come in origine il temperamento dei campioni fosse simile. Procede a ritroso, alternando immagini del presente a ricordi legati all'infanzia e all'adolescenza, mostrando che gli anni di formazione sono stati difficili per entrambi e caratterizzati dallo stesso ingestibile istinto collerico. I due sono facce della stessa medaglia perché hanno reagito con approcci opposti alla medesima natura tormentata: Bjorn, seguendo i suggerimenti dell'allenatore e mentore, l'ha soffocata e incanalata nei colpi sferrati contro l'avversario, mentre John le dà libero sfogo, trovando in questo modo la concentrazione necessaria al gesto tecnico.

La pellicola conduce lo spettatore al match più importante del secolo scorso, quindi, solo dopo aver approfondito la psicologia dei contendenti e averne esplorato non solo crescita umana e professionale ma anche paure e conflitti interiori. E' conoscendo la pressione e la tensione enorme di cui i due sono prigionieri che la battaglia si fa epica.

Pur essendo già tutto storicamente noto, è possibile che molti spettatori, soprattutto i più giovani, ignorino il risultato della spettacolare finale e possano quindi godersi ancora di più quella che è una cronaca sportiva coinvolgente e appassionata.

La forza del film è riuscire a condurre il pubblico a tifare in qualche modo per entrambi: sia per il biondo gigante fragile, maniaco del controllo e superstizioso in maniera ritualmente metodica, sia per il riccioluto ex bambino prodigio, tutto genio e sregolatezza, che ancora cerca di farsi apprezzare dal padre.

L'epoca di transizione del tennis da sport riservato ai gentiluomini a spettacolo di rockstar è riprodotta fedelmente e, nella girandola dei flashback, c'è perfino una scena tutta lustrini e champagne ambientata nel mitico Studio 54.

Gli attori sono molto somiglianti, l'interprete di Borg in particolare e, naturalmente, colpisce la versione adolescente del campione cui presta il volto quello che nella realtà è suo figlio.

"Borg McEnroe" è sbilanciato, in termini di attenzione e minutaggio, nei confronti dello svedese: del resto la produzione è scandinava e in patria, addirittura, il titolo reca soltanto il suo cognome. Il fatto lascia desiderare che un giorno possa uscire una pellicola biografica interamente dedicata a McEnroe.

Grazie a questo bel film d'intrattenimento anche il tennis ha finalmente una degna rappresentazione cinematografica, cosa che non era stata il recente "La guerra dei sessi".