Il film del weekend: "Il caso Spotlight"

Il racconto degli albori dello scandalo sui preti pedofili diventa un inno al giornalismo d'inchiesta in un film capace di coinvolgere ed emozionare usando garbo e sobrietà. Sarà Oscar?

Una quindicina di anni fa lo scandalo che travolse la diocesi di Boston non diede solo inizio alla presa di coscienza in ambito cattolico del problema dei preti pedofili, ma scatenò un'ondata di rivelazioni in tutto il mondo. "Il caso Spotlight", candidato a sei premi Oscar tra cui "miglior film", racconta di come a sollevare il velo su quegli abusi fu un gruppo di quattro giornalisti investigativi poi premiati col Pulitzer.

Nell'estate del 2001 al Boston Globe arriva da Miami un nuovo direttore, Marty Baron (Liev Schreiber). E' lui a chiedere al team di giornalisti denominato Spotlight (Micheal Keaton, Mark Ruffalo, Rachel McAdams e Brian d'Arcy James), impegnato sui casi più scottanti, di abbandonare altre storie per focalizzarsi su quella di un prete che ha compiuto soprusi sessuali su ragazzini e che potrebbe essere stato coperto per anni dai suoi superiori. Dall'inchiesta emergerà ben presto non solo l'esistenza di un patto di omertà tra la Chiesa e le altre istituzioni, ma uno schema fisso di occultamento dei casi di pedofilia: sospensione momentanea del prete accusato e trasferimento dello stesso in un'altra parrocchia, patteggiamento privato con le vittime (rimborsabili per un massimo di 20.000 dollari) e, infine, distruzione dei pochi documenti archiviati nei tribunali quando impossibili da secretare.

Questa del regista Tom McCarthy è una pellicola solida, impeccabilmente eseguita, che poggia su una grande sceneggiatura e sceglie la via del garbo anziché quella del facile sensazionalismo o della retorica per sviscerare un tema tanto spinoso. Non ci sono scene madri. La ricostruzione dell'indagine giornalistica sui succitati abomini è minuziosa quanto posta sotto i riflettori in modo semplice e sobrio. Gli attori non fanno mai ombra alla storia peccando di protagonismo e le loro convincenti performance sono il frutto di un accurato lavoro di controllo. Sono forniti pochi dettagli circa la vita privata dei personaggi e la cifra stilistica del film è un elegante minimalismo. Il racconto procede lineare e pulito, eppure è sempre avvincente grazie ai dubbi, ai silenzi e alle rivelazioni che i quattro professionisti della notizia incontrano sul loro cammino. A un certo punto vengono forniti due dati, per bocca di un ex-prete diventato psichiatra, che restano impressi: l'uomo sostiene di aver scoperto, in trent'anni di studi, che il 53% dei preti non rispetta il voto di castità e il 6% compie reati di pedofilia. Ma, ad eccezione della presentazione di queste cifre e di qualche particolare rivoltante circa le violenze subite raccontate da alcune vittime, la moderazione nell'esposizione dei fatti regna sovrana. Anche l'attribuzione, verso il finale, di una corresponsabilità imputabile alla società laica e, non ultimo, al mondo del giornalismo, denota grande oggettività.

Che vinca o meno l'Oscar, "Il caso Spotlight" è da considerarsi un nuovo classico tra i film che possono fregiarsi di appartenere al sempre più raro cinema d'impegno civile, quello, per intenderci, in grado di denunciare anche crimini orrendi e smuovere rabbia e commozione senza perdere imparzialità e chiarezza espositiva.

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