Il film del weekend: "Fino a qui tutto bene"

Aria fresca e tanta spontaneità in un film che non ha bisogno di grandi nomi per funzionare. Un'iniezione di fiducia per il futuro, anche produttivo, del nostro cinema

Dopo aver vinto il Premio del Pubblico allo scorso Festival di Roma, esce nelle sale nazionali "Fino a qui tutto bene", secondo lungometraggio del pisano Roan Johnson. La genesi del progetto si deve al fatto che nel 2013 l’Università di Pisa commissionò al regista un documentario sulla vita dell’Ateneo ma lui rimase così colpito dalla positività degli studenti intervistati che decise di realizzare un film sull’argomento: un'opera totalmente indipendente, con un budget limitato, mezzi tecnici ridotti all'essenziale e prodotta “a partecipazione”, ossia corrispondendo una percentuale sugli incassi ad ogni membro della troupe e del cast anziché una paga. Quanto raccontato nella pellicola è semplice ma pieno di vitalità e innocenza. Si tratta degli ultimi tre giorni di convivenza di cinque studenti universitari oramai giunti al termine dei loro studi: Andrea, Vincenzo, Francesca, Ilaria e “il Cioni” (rispettivamente Guglielmo Favilla, Alessio Vassallo, Melissa Bartolini, Silvia D’Amico e Paolo Cioni). Il gruppo di amici si appresta ad abbandonare quel microcosmo protetto fatto di "pasta col nulla", cibi scaduti, lavandini otturati e tanta goliardia.

C'è chi tornerà in famiglia, chi ancora non sa cosa farà, chi se ne andrà all'estero. Di sicuro, pur separandosi, resteranno legati dal periodo più indimenticabile della loro vita. Chiunque abbia vissuto da studente fuori sede riassaporerà almeno in parte l'esperienza attraverso la visione di questo film. Il cast si presenta affiatato, del resto gli attori hanno davvero abitato assieme nella casa-set fino al termine delle riprese. Si sente che l'opera è girata con entusiasmo, passione e divertimento. Le situazioni cameratesche protagoniste di molte scene sono rese con una freschezza e una verosimiglianza rare, peccato soltanto che troppi episodi grotteschi un po' fini a se stessi vengano concentrati in poco tempo. "Fino a qui tutto bene" si sofferma sull'importanza dell'amicizia e sorvola sugli aspetti più aspri della situazione giovanile tanto cari a certe pellicole generazionali pessimiste e moraliste. Non c'è volontà di analisi, di ipotizzare soluzioni, quanto di regalare l'istantanea di quel limbo tra ingenuità e consapevolezza in cui la spavalderia della gioventù non ha ancora abdicato alla disillusione della maturità.

Il tono di fondo è agrodolce come in alcuni titoli di Virzì e il ritmo scanzonato delle musiche dei Gatti Mézzi (cioè fradici) sdrammatizza i momenti in cui affiora la vicenda drammatica di un coinquilino che non c'è più. Tra le risate genuine, infatti, a un certo punto colpiscono la grazia e il rispetto con cui si tocca un argomento come quello del suicidio, sfiorandolo appena eppure centrandolo davvero in profondità. C'è molta vita vera e pulsante, così come tanta volontà di non piangersi addosso, in questi ragazzi. All'inizio del film li vediamo beati nella loro piscinetta per bambini sulla terrazza lungarno, al termine li lasciamo su di una barchetta alla deriva, intenti a remare senza una direzione, metafora forse un po' ingenua ma efficace di una condizione esistenziale che riguarda un numero sempre più ampio di persone. Sicuramente siamo di fronte a una boccata d'aria fresca, una speranza di rinnovamento per il nostro cinema e un'indicazione chiara a smetterla di investire risorse in progetti fotocopia dei soliti noti.

Commenti

Marcobaggio

Sab, 21/03/2015 - 12:04

Non vedo un gran cambiamento se l'università di Pisa commissiona al regista un documentario. Sempre di soldi statali parliamo e il cinema italiano ha bisogno d'altro per uscire come dice bene Lei dalle secche dei soliti noti. Liberiamoci dal fondo unico per lo spettacolo (fus) e apriamo le porte alla produzione privata e non politico statale. E' così che arriverà l'aria fresca per il cinema italiano, sperando non sia troppo tardi.