Il film del weekend: "Fiore"

Una storia d'amore ambientata, e ostacolata, in riformatorio. Stile rigoroso e impronta documentaristica per un'opera che trasmette un'esperienza emotiva viscerale

Presentato a Cannes nella sezione Quinzaine des Réalisateurs, è ora nelle sale (soltanto in quaranta ma esiste il passaparola), un film particolare che merita di essere visto da un pubblico che non sia esclusivamente quello attento ai titoli usciti dai circuiti festivalieri.

Si chiama "Fiore", quest'opera firmata da Claudio Giovannesi e, se davvero avesse le sembianze del titolo, sarebbe una di quelle piccole corolle che sbucano solitarie e selvatiche in mezzo al cemento o arroccate su un muro in pietra: testimonianze rare dell'insopprimibile istinto alla vita (e al buon cinema) anche nelle condizioni meno favorevoli.

Daphne (Daphne Scoccia) è una giovane rinchiusa in riformatorio per piccole rapine. Le sue giornate sono scandite da attività lavorative e ricreative, da rare visite del padre (interpretato da Valerio Mastandrea), dal rapporto, talvolta conflittuale, con le compagne di detenzione e da vivaci "incomprensioni" con l'addetta alla sorveglianza. Quando in carcere conosce Josciua (Josciua Algeri), anche lui fermato per furto, tra i due inizia una corrispondenza clandestina dalla quale sboccerà, piano piano, un sentimento puro e liberatorio.

"Fiore" ha per protagonisti adolescenti che danno sfogo all'inquietudine violando le regole e per i quali la piccola criminalità è routine. Eppure non li giudica mai, non c'è traccia di denuncia sociale e neppure di buonismo o retorica nel film, perché quel che si vuole raccontare è una storia d'amore. I due sono disgraziati che fino al loro incontro hanno vissuto alla giornata, ma che trovano nell'amore il salvagente a un'esistenza alla deriva, uno scorcio di libertà e l'anelito a una purezza che è forse la più potente forza salvifica e rieducatrice per chi è dietro le sbarre.

Claudio Giovannesi non perde mai il senso della misura e dona alla pellicola un'aura documentaristica. La sua è una regia rigorosa che ben si sposa con i toni cupi con cui Daniele Ciprì fotografa l'ambientazione. Il film trasuda continuamente verità più che realismo, perché costellato di frammenti di vita carceraria osservata dal regista durante la progettazione del lungometraggio: le lettere, la modalità di scambio delle stesse, la vicinanza delle palazzine maschile e femminile, l'opportunità di incontro durante la messa e la festa di Capodanno, sono tutte trasposizioni fedeli di cose esistenti. Inoltre la maggior parte delle persone che compaiono nel girato sono state scelte con una qualche familiarità con l'ambiente carcerario. Ma se il film è tanto credibile si deve anche alla naturalezza messa in campo dai due giovani attori protagonisti. La macchina da presa è sempre a un passo, in particolare, dallo sguardo e dal respiro di Daphne in modo da riprodurre il punto di vista della ragazza e indagarne la vita emotiva. Siamo in grado di veder sbocciare il suo desiderio d'amore che, sulle prime, è quello di una figlia verso il padre e poi muta in tensione sentimentale e sessuale nei confronti di Josciua. La tenerezza che alberga dietro la scorza dura di questo scricciolo dagli occhi grandi inizia a fare capolino nel momento in cui trova nutrimento: il primo sorriso sul bel volto nasce grazie alla musica, mentre la femminilità va ad alimentarsi di complicità e comunicazione. In un luogo tutto limitazioni e cemento, si forma una piccola crepa assolata di speranza quando uno sconosciuto diviene riferimento visivo e poi affettivo. Il germoglio d'amore sopravvive alle intemperie, anche a quella, un po' fiabesca, che sembra ad un certo punto sabotare il ballo alla nostra "Cenerentola".

"Fiore" non è un classico inno al romanticismo loquace, tutt'altro. E' un film minimalista, dai dialoghi ridotti all'osso, in cui le emozioni vivono sui volti più che nelle parole.

Ci ricorda che la trasformazione di un essere umano difficilmente avviene tramite una rieducazione classica e protocollata, molto più spesso poggia su leve che ne accendono la sostanza vitale e spirituale, come un sogno d'amore o di libertà.