Il film del weekend: "Forza maggiore"

Pellicola svedese che mette a nudo con cinica precisione e toni grotteschi le ipocrisie e i limiti di una famiglia apparentemente perfetta

È nelle sale il film vincitore del Premio della Giuria al Festival di Cannes nella sezione Un Certaine Regard, "Forza Maggiore". Si tratta di una pellicola particolare, che si candida a piacere a spettatori in cerca di originalità espressiva ed estetica. Una giovane famiglia svedese decide di trascorrere una settimana bianca sulle alpi francesi. Il secondo giorno, durante un pranzo sulla terrazza dell'hotel, una valanga sembra sul punto di travolgere tutti i presenti. Mentre i turisti fuggono terrorizzati, Ebba (Lisa Loven Kongsli), la madre, d'impulso, tenta di proteggere i due bambini, al contrario di Tomas, (Johannes Bah Kuhnke), il padre, che scappa in cerca di rifugio, mettendo in salvo occhiali e telefonino. Anche se tutto si risolve con un innocuo grande spavento, qualcosa nel rapporto tra i due coniugi si è oramai incrinato e l'uomo sarà costretto a mettersi in discussione come padre e come marito.

Accadono cose nella vita, situazioni impreviste, che hanno il potere di rivelare la natura reale delle persone. Solleticato da statistiche secondo le quali durante i disastri non valga la regola "prima le donne e i bambini" quanto il "si salvi chi può" e i maschi adulti abbiano il più alto tasso di sopravvivenza, il regista, Ruben Östlund, ha deciso di indagare gli istinti primordiali che entrano in gioco nell’essere umano in situazioni di pericolo.

Il suo film, in questo senso, si configura quasi come un esperimento sociologico, a tratti cinico e grottesco, al cui centro viene posta una famiglia felice. I due genitori, con i loro bambini, a prima vista rasentano la perfezione secondo quelli che sono i canoni della società in cui viviamo. Peccato che il capo famiglia, dopo essere caduto in un comportamento irrazionale che lui per primo ritiene da irresponsabile e nel quale stenta a riconoscere se stesso, inizi a negare l'evidenza dell'avvenuto episodio con tutte le sue forze. Il film si nutre del disagio insinuatosi tra marito e moglie e lo tramuta in uno psicodramma dalle accentuate note sarcastiche. La comicità è cruda, la fotografia nitida e la scenografia asettica. Attraverso inquadrature fisse e lunghi piani sequenza si osserva il dilagare di una crisi di coppia quasi fossimo in un documentario in cui la specie osservata è quella umana e la distanza prospettica assume una valenza comica.

È perfidamente divertente il modo in cui viene rappresentato il disgregarsi dell'equilibrio familiare e in cui il protagonista maschile viene smascherato per l'essere infantile e codardo che è. I dubbi esistenziali sorti in seno alla famigliola finiscono col coinvolgere a catena altri personaggi ma, fatta eccezione per le agitazioni interiori che sembrano propagarsi a valanga, tutto all'esterno è fermo e calmo, a cominciare dal paesaggio innevato. Bisogna però ammettere che la parte del pubblico non in vena di sperimentazioni, alla lunga, potrebbe soffrire un po' l'immobilismo della messa in scena e la piccola ricercata pedanteria di alcuni siparietti.