Il film del weekend: "Magic in the Moonlight"

Nella scelta tra realtà e illusione, Woody Allen indica nell'amore il compromesso che rende tutto magico. Ma lo fa in una commedia spenta, priva di mordente e di romanticismo

Dispiace constatarlo ma l'ultima fatica cinematografica di Woody Allen non sembra all'altezza del suo genio. "Magic in the Mooonlight", a differenza del precedente e splendido "Blue Jasmine" e di molti altri titoli del maestro, non funziona granché: appare piuttosto inconsistente, a tratti noioso e facilmente dimenticabile. Ancora una volta il regista affronta il tema della magia, già caro ad altri suoi successi, e narra una storia ambientata nel passato. Siamo negli Anni 20. Wei Ling Soo, prestigiatore cinese famoso in tutto il mondo, una volta tolta la maschera nel suo camerino altri non è che Stanley Crawford (Colin Firth), un burbero e misantropo gentiluomo inglese che per hobby si diletta a smascherare sedicenti medium. Quando, però, un suo vecchio amico e collega gli sottopone il caso di una giovane donna, Sophie (Emma Stone), che dichiara di parlare con i morti ed è entrata nelle grazie di alcune famiglie molto facoltose, l'uomo va in crisi perché per la prima volta non riesce a scoprire il trucco. Si convince quindi, a poco a poco, di non trovarsi di fronte all'ennesima ciarlatana ma a qualcuno in possesso di vere facoltà medianiche. Il venir meno del suo profondo scetticismo verso tutto ciò che è spirituale, mistico o occulto, lo renderà in grado di innamorarsi. Inutile dire che il protagonista maschile è modellato sulle caratteristiche più note del regista che, a settantanove anni, sembra dirci attraverso di lui quanto vorrebbe poter riuscire a sedare il proprio intransigente raziocinio e illudersi che nella vita ci sia qualcosa di più, una dimensione magica in grado di cambiarne l'intera percezione.

Il risultato di un anelito di questo tipo è purtroppo un film che non riesce a essere né serio né spensierato e i cui molti dialoghi non sono brillanti come ci si aspetterebbe visto l'autore. Il personaggio interpretato da Firth è artefice di qualche sporadica battuta sprezzante cinismo e sfodera alcune citazioni delle sue personali divinità, Nietzsche e Hobbes, ma quello impersonato dalla deliziosa Stone è relegato a sgranare gli occhioni e sfoderare sorrisi. Difficile lasciarsi coinvolgere da un idillio nascente tra due individui che hanno così scarsa alchimia. Non c'è palpito alcuno, non c'è incanto, né tenerezza, né la minima traccia di romanticismo, nonostante le frasi pronunciate dagli attori dichiarino il contrario. Quando finalmente il sentimento tra i due pare accendersi, accade in modo artificioso, quasi immotivato, e anche la risoluzione della vicenda è un po' troppo repentina. Qua e là si colgono sottili autocitazioni e ci sono momenti di fugace divertissement, incantesimi brevi che non riescono a dilatarsi nel tempo e a salvare il resto del girato. E' comunque fuor di dubbio che la pellicola sia molto curata sul piano estetico: la fotografia ha una luce particolare e la ricostruzione storica è resa seducente grazie ad abiti raffinati, auto decapottabili e bellissime magioni. Nel buio della sala vale lo stesso che nell'arte dell'illusionismo: la volontà dello spettatore di abbandonarsi alla magia di quanto si vuol far lui credere è fondamentale; ciò significa che i fan propensi a godersi l'ennesimo appuntamento con Woody Allen saranno più inclini all'autoinganno di trovarlo ancora in forma, ma per gli altri sarà difficile negare l'evidenza di un film che ha le sembianze di un trucco non riuscito.