Il film del weekend: "Il piano di Maggie - A cosa servono gli uomini"

Una commedia romantica, ironica e pungente, con protagonisti newyorkesi colti ed eccentrici alle prese con meccanismi shakespeariani

E' nelle sale una commedia brillante, incentrata sui sentimenti e punteggiata di riflessioni sarcastiche, che ricorda alcune pellicole di Woody Allen. "Il piano di Maggie - A cosa servono gli uomini", questo il titolo del film, è basato sull'omonimo romanzo di Karen Rinaldi e vede alla regia Rebecca Miller (figlia del celebre drammaturgo Arthur e moglie dell'attore Daniel Day Lewis). E' un'opera sofisticata in maniera non convenzionale, presentata in anteprima al Toronto International Film Festival, passata successivamente anche al Sundance nel 2016 e che farà la gioia degli amanti delle pellicole indie contemporanee, alla Baumbach. "Il piano di Maggie" esplora le rischiose incognite in cui si imbattono coloro che credono di poter manipolare il destino proprio ed altrui. Il film parla in maniera disincantata ma ironica degli imprevisti che si trova ad affrontare una maniaca del controllo assai pasticciona: Maggie (Greta Gerwig), una trentenne che lavora a New York, non ha mai avuto relazioni durature ed ha deciso di diventare madre ricorrendo allo sperma di un conoscente. Ma proprio alla vigilia dell'inseminazione, la ragazza inizia a frequentare un professore di antropologia, John (Ethan Hawke), e se ne innamora, ricambiata. L'uomo abbandona quindi la moglie Georgette (Julianne Moore), un'intellettuale narcisa ed egoista, e i loro due figli per mettere al mondo una bambina con Maggie e convolare a nozze con lei. Tre anni più tardi non tutto procede come previsto: il nuovo matrimonio inizia a scricchiolare e Maggie, scopertasi disinnamorata, pianifica di far tornare John assieme alla ex consorte.

Il sottotitolo circa l'uso cui sarebbero destinati gli uomini, non è certo uno spoiler rivelarlo visto che si evince fin dalla sinossi, allude al mero impiego procreativo. Nasce più che dal cinismo dall'immaturità di fondo che avvolge la protagonista, Maggie: un'anima in pena con cui è facile simpatizzare ma che, da irrisolta qual è, cerca di crearsi una stabilità attraverso la macchinazione. Ovviamente i sentimenti sfuggono a ogni calcolo e scoprirà che le persone, anche gli uomini, non sono pedine atte ad arginare le sue insicurezze e le sue crisi esistenziali.

Nonostante il film regali l'istantanea vivida di un triangolo amoroso, il rapporto tra i personaggi è lontano da ogni stereotipo perché le caratterizzazioni degli individui coinvolti sono particolarmente accattivanti ed eccentriche. Il ruolo maschile, a dire il vero, è letteralmente fagocitato dalla presenza di due figure femminili idiosincratiche tra loro ma dotate di un fascino particolarissimo. La Maggie del titolo, oscillante continuamente tra il delirante desiderio di sottomettere il destino al proprio volere e un'ingenuità entusiasta e ottusa non può che trovarsi a disagio di fronte a quel mostro a tre teste che è Georgette, l'accademica snob con cui John era sposato in prime nozze. Julianne Moore supera se stessa nel dare corpo e carisma a una specie di virago dell'erudizione, ma non dimentica di regalare a questa donna intellettualmente intimidatoria (aveva non a caso inibito la carriera di romanziere del marito) le tipiche fragilità postume alla ferita abbandonica. Acida, capricciosa e nevrotica eppure amabilissima, la Georgette di Julianne Moore non è solo convincente e spassosa, ma la piccola punta di diamante del film.

Il ritmo della pellicola, va detto, non è avvincente ma la scrittura tagliente e lo spirito frizzante non permettono alla noia di fare la sua apparizione. I dialoghi sono vivaci e l'atmosfera rimane spensierata perché le incomprensioni tra i personaggi non vengono mai approfondite e creano dinamiche stravaganti e divertenti. La chimica tra gli attori, tutti in grande forma, è davvero potente.

Una commedia capace di descrivere il disagio che accompagna i sentimenti dell'epoca moderna in modo fresco e singolare.