Il film del weekend: "San Andreas"

Più che un disaster movie, un disastro. Nonostante i validi effetti speciali, tensione e stupore vengono continuamente dissipati da momenti di umorismo involontario

Il regista Brad Peyton mette in scena il più grande terremoto mai registrato, scaturito dalla faglia di San Andreas, in grado di radere al suolo la città di San Francisco. Lo fa nel film "San Andreas", che è anche il titolo di punta del weekend cinematografico nazionale, considerate le oltre quattrocento sale che gli vengono dedicate. La pellicola ricalca in tutto e per tutto gli stilemi del disaster movie, a cominciare dallo schema di base: una situazione di normalità si trasforma repentinamente in una semi-apocalisse in cui allo spettatore è dato di seguire un gruppo di personaggi "tipizzati" che affrontano situazioni di estremo pericolo. Il protagonista, Ray (Dwayne Johnson), è un pilota di elicottero della squadra di soccorso dei pompieri di Los Angeles impegnato a portare in salvo dal sisma i suoi cari: la moglie Emma (Carla Cugino), da cui si sta separando, e la figlia Blake (Alexandra Daddario). La popolazione della costa Ovest degli Stati Uniti è stata avvertita dell'arrivo del temutissimo Big One da uno scienziato (Paul Giamatti), ma con poco preavviso.

Dove siano finiti i 100 milioni di dollari di budget si capisce benissimo, il film è infatti un tripudio di effetti speciali che rendono davvero credibile il cataclisma cui si assiste. Per quasi due ore siamo ostaggio di una sequela di esplosioni, crolli e, per non farsi mancare nulla, il terremoto si tramuta anche in tsunami. Dal punto di vista visivo l'esperienza è spettacolare ma le scene di distruzione di massa, reiterate tanto a lungo, vanno perdendo fascino e iniziano a poco a poco a lasciare indifferenti, come assuefatti.

La sceneggiatura è a dir poco modesta e non basta il ritmo frenetico a strappare la trama alla sua banalità. Gli snodi narrativi sono poveri e improntati al sentimentalismo; le situazioni rocambolesche e assurde si sprecano: i protagonisti sfuggono continuamente alla morte all'ultimo secondo e senza riportare un graffio. Da un lato abbiamo la tensione generata da quanto messo in piedi in maniera efficace dalla computer grafica, ossia una calamità naturale di proporzioni spaventose di fronte alla quale l'uomo è impotente, dall'altro ci sono questi tizi che esasperano ogni plausibilità e con i loro dialoghi da b-movie e i loro "super poteri" sfidano il ridicolo e danno luogo a gag involontarie. Per ovvi motivi, le dinamiche identificative scattano più con la massa di persone in fuga che con loro.

La domanda è come sia possibile investire così enorme quantità di cura e risorse in elaboratissime sequenze di devastazione e macchiarsi nello stesso tempo di ingenuità e sciatterie altrettanto mastodontiche, soprattutto a livello di battute, tali da far scattare sonore quanto impreviste risate.

Commenti

vince50

Sab, 30/05/2015 - 20:48

Troppo scontati e monotoni,effetti speciali innaturali e senza senso.