Il film del weekend: "Silence"

Un'opera di indubbio valore artistico, in equilibrio tra laicità e misticismo: un affresco storico ma anche un'indagine sulla spiritualità

Il nuovo film di Martin Scorsese, "Silence", è un lungo e complesso viaggio laico nella Fede, disseminato di dolore, torture, rimandi evangelici e quesiti senza tempo in cui non sono offerte risposte, bensì seminate riflessioni.

Giappone, XVII secolo. Due missionari gesuiti, Padre Sebastiao Rodrigues e Padre Garupe (Andrew Garfield e Adam Driver), sono incaricati di scoprire la sorte del loro maestro spirituale, Padre Ferreira (Liam Neeson), sospettato di abiura e di cui si sono perse le tracce nei dintorni di Nagasaki. Nell'andare a cercarlo in territori in cui il cristianesimo è stato messo fuori legge, si troveranno sulla soglia del martirio.

"Silence" è tratto dal libro di Shusako Endo scritto nel 1966 e arrivato all'attenzione di Scorsese già ai tempi de "L'ultima tentazione di Cristo" nel 1988. E' un film a lungo meditato e fortemente voluto che il regista, ex-seminarista, desiderava girare da una trentina d'anni e per la cui realizzazione ha raccolto attorno a sé i collaboratori storici. Il risultato è un affresco di grande maestosità ma la natura contemplativa degli argomenti, la durata di 161 minuti e il ritmo monocorde, va detto, rendono la visione impegnativa. "Silence" è permeato di sacralità, attraversato da figure assetate di conforto divino e scandito da una voce fuori campo che serve da filo di Arianna allo spettatore meno meditativo. Come si evince dal titolo, però, è il silenzio a custodire molto del senso del film, almeno fino alla scena cardine in cui, finalmente, uno dei due giovani gesuiti si trova al cospetto del tanto cercato Padre Ferreira, il suo vecchio maestro. Lì si fa cenno a questioni quanto mai attuali come il fondamentalismo religioso e lo scontro di civiltà e religioni. Ferreira si è consegnato al nemico solo in apparenza, in realtà ha raggiunto una saggezza spirituale che trascende le singole professioni di fede, laddove sono impastate di diversità antropologiche, sociali, linguistiche e culturali.

La messa in scena è perfetta, a cominciare dalla ricostruzione d'epoca, peccato soltanto per la scelta di Andrew Garfield come protagonista, che pare inadatta: l'attore ha un volto da eterno ragazzino, dotato tanto di tratti caratteristici quanto di scarsa espressività.