Il film del weekend: "Youth - La Giovinezza"

Attraverso un evocativo florilegio di frasi, immagini, musiche e personaggi, Sorrentino denuda il senso sublime e grottesco della vita

Un'immagine del film "La giovinezza" di Paolo Sorrentino

Dopo l'Oscar a "La Grande Bellezza", Paolo Sorrentino torna a Cannes con un film, "Youth - La Giovinezza", che sembra non solo la sua opera migliore ma addirittura qualcosa di definitivo e unico: una sinfonia di immagini e musica in cui si riflette sulla vita affidando ad una carrellata di personaggi il compito di metterne in scena le stagioni, le pulsioni e le contraddizioni. E' un film che punta all'universalità. Si svolge quasi per intero in un'unica location che è un microcosmo in cui tutto quel che possiamo osservare o udire ha un grande peso specifico in termini di significato. Lo stile stavolta appare più controllato e consapevole, come se il regista avesse trovato un equilibrio nel gestire il proprio talento visionario. C'è ancora l'universo onirico felliniano con le sue stravaganze, ma non è strabordante e viene sublimato in immagini più ermetiche.

Due vecchi amici alla soglia degli ottant'anni, Fred e Mick, stanno trascorrendo un periodo di vacanza in un hotel di lusso ai piedi delle Alpi. Fred (Michael Caine) è un compositore e direttore d'orchestra in pensione, mentre Mick (Harvey Keitel) è un regista che sta ultimando la sceneggiatura di quello che ritiene il suo film testamento. Attorno a loro un'umanità variopinta: la figlia di Fred (Rachel Weisz) alle prese con la fine del proprio matrimonio, un attore (Paul Dano) che sta preparandosi in vista del suo prossimo ruolo, una coppia avanti con gli anni che non si rivolge parola ma nasconde una segreta alchimia, una celebrità simil-Maradona deformata dal peso e ridotta a trascinare la bombola dell'ossigeno e così via.

Come se le vasche termali del resort contenessero liquido amniotico, alcuni dei clienti vengono ritratti a nudo nella loro necessità di partorire se stessi a un domani che, inteso come anelito al futuro, costituisce la giovinezza del titolo, una condizione esistenziale e non anagrafica.

Non stupisce che Sorrentino scomodi a più riprese i registri del comico e del grottesco perché il sorriso, ancorché malinconico, mitiga la spietatezza di certi ragionamenti e bilanci. Ogni personaggio insegna qualcosa: che la consapevolezza non è legata all'età o all'aspetto; che bisogna scegliere se rivolgersi all'inconscio inferiore o superiore delle persone; che il divino nel mondo si rivela in modi diversi, spirituali ma anche sensuali; che nell'attimo in cui assecondiamo una passione ci spogliamo di qualsiasi schiavitù; che la vita ci obbliga al cambiamento per poterci dare ciò di cui abbiamo bisogno. Il focus, ad ogni modo, resta sulla vecchiaia perché, qualunque sia lo stato del corpo, coincide col momento deputato a guarire dalle ferite della psiche e del cuore, per il semplice fatto che poi non ci sarà più il tempo per farlo. Si tratta di un'età che porta dei privilegi, come quello di sentirsi liberi dall'ambizione; non a caso Fred preferisce dirigere un paesaggio di mucche o scandire il ritmo con la carta di una caramella piuttosto che esibirsi per la Regina Elisabetta.

Ma è anche un periodo in cui il progressivo e positivo allontanamento dalle lusinghe mondane può trasformarsi in un'apatia compiaciuta e in una forma di sterile egoismo; Fred, ad esempio, rifiuta di trasmettere al prossimo le proprie memorie con un'autobiografia. Mick, invece, è ossessionato dalla stesura del suo ultimo film che costituisce per lui la rassicurazione di non aver vissuto invano e di poter tramandare la ricchezza morale accumulata in una vita. Il segreto per mantenere la giovinezza dello spirito nella stagione conclusiva dell'esistenza, sembra dire Sorrentino, è racchiuso nella sintesi di questi due atteggiamenti, il distacco e il desiderio, che si amalgamano solo se irrorati di saggezza e amore. Il regalo che Mick fa a Fred è di risvegliarlo dal suo rassegnato sonnambulismo attraverso un gesto estremo ma prodigo in cui, se da un lato mette fine al loro fecondo scambio di idee e opinioni, dall'altro si lega in maniera indissolubile all'amico, fecondandolo interiormente.

Rispetto ai precedenti film dello stesso autore, stavolta nulla sembra comparire sullo schermo per puro virtuosismo. Ogni cosa, dal particolare apparentemente più insignificante all'omaggio più esplicito, è ricercata e puntuale, finalizzata a toccare le corde di qualcuno in sala. Dal primo all'ultimo fotogramma, un capolavoro di risolutezza nel mostrare alcune delle infinite declinazioni del mestiere di vivere.

Commenti

Klotz1960

Sab, 23/05/2015 - 16:21

L'ho visto a Cannes e si tratta di un autentica immondezza, tipica della decadenza di una certa borghesia dii sinistra. Il titolo, poi, e' proprio una presa in giro, visto che tratta primariamente della vecchiaia di un direttore d'orchestra e di un regista. Avra' un po di mercato tra gli intellettuali di sinistra europei, nessuno negli Usa o fuori dall' Europa.

Ritratto di rosario.francalanza

rosario.francalanza

Sab, 23/05/2015 - 19:43

Non ho visto il film, quindi lo giudico solo sulla base de 'La grande bellezza', dove il protagonista formula la domanda che, penso, abbia molto collegamenti cone questo film: "A questa domanda, da ragazzi, i miei amici davano sempre la stessa risposta: "La fessa". Io, invece, rispondevo: "L'odore delle case dei vecchi". La domanda era: "Che cosa ti piace di più veramente nella vita?" E credo che anche in questo film sia svolta una 'variazione' su questo tema

alfa553

Dom, 24/05/2015 - 11:07

Ma questa gente li guarda i film degli anno 60 ? io i film non li guardo e non m'importa un fico secco, ma che parlino di cinema su monzese come queste con i soldi dei contribuenti , ed allora......facessero un film intitolato, sono uno schifo, ed allora......

MarcoE

Dom, 24/05/2015 - 12:00

Recensione un tantino esagerata ma cmq vale la pena di vederlo