Finanziate i veri scrittori

Il Premio Strega dovrebbe chiamarsi Premio Viagra: per gli scrittori funge da eccitante, dicono che ce l'hanno duro ma è fuffa, una truffa, i loro romanzi ci ammosciano. Ora, però. Bisogna scavalcare la trincea dello sberleffo, in cui lo Strega sguazza, è il vero valore aggiunto di un premio che, così com'è, è francamente inutile ai fini delle magnifiche sorti (e regressive) della letteratura italiana. Più che sputare sul piatto dove l'Italia letteraria che conta pur letterariamente irrilevante mangia, beh, cambiamolo, il piatto, ricostruiamolo. Ecco come. Un premio è importante per una cosa sola: ci sono dei soldi. Che ne facciamo di questi soldi? Non chiedetelo agli scrittori, notoriamente poveracci e quindi prezzolati. I soldi vanno investiti per foraggiare la vita, non per premiare la morte. Cioè: per facilitare la letteratura di domani che, si spera, sarà migliore di quella di oggi.

La formula è semplice. Gli scrittori inviano al fatal premio un progetto di romanzo, con redazione del primo capitolo allegata. Il premio bandisce una borsa, cioè una piramide di euro grazie alla quale, per un anno almeno, lo scrittore non ha altro da pensare che concentrarsi nel fatidico romanzo. Si premia la possibilità, il futuro, non l'oggi, che oscilla tra noia e perbenismo. D'altra parte, è più semplice giudicare un progetto romanzesco che un romanzo, esercizio avvilito da amicizie, opportunità, convenzioni, conventicole e convenienze. Gli scrittori veri esulterebbero (uno scrittore pensa al prossimo libro, non a quello pubblicato ieri, già cadavere ai suoi cinici sguardi), e i lettori pure (meglio sperare in un capolavoro domani che accontentarsi di una cinquina di modesti oggi). Niente Ninfeo con ex ninfette della letteratura trasmutate in catastrofiche cariatidi, niente diretta Rai e sfoggio di mise imbarazzanti, ma un lavoro serio, di scouting, per tornare a essere la patria di Dante e non la culla dei soliti noti, l'alcova degli amichetti della domenica.

Altrimenti, premiamo i morti, più pimpanti di certi romanzieri morti viventi. Un premio in risarcimento a Curzio Malaparte, a Luciano Bianciardi, a Giuseppe Berto, a Dante Arfelli, tutti scrittori che non hanno ricevuto lo Strega, una stregoneria che intriga i beoti (e a questo punto, apriamo il premio ai poeti, ai traduttori, spesso più capaci, linguisticamente, degli scrittori). Sarebbe magnifico. I primi a opporsi, però, sarebbero gli scrittori, credetemi, quelli a bordo dei transatlantici editoriali: gli alfieri del rischio, ormai, quasi tutti, sono diventati i legislatori dell'ovvio.