Fiore, poeta ossessionato dai poeti

Giuseppe Conte

Confesso che sapevo ben poco di Elio Fiore. E questo libro pubblicato con coraggiosa iniziativa dalle Edizioni Ares (Elio Fiore, L'opera poetica, pagg. 723, euro 20) mi ha aiutato a colmare una lacuna nella mia conoscenza della poesia novecentesca. Quello che mi ha subito disposto bene verso Fiore è stata la prefazione di Alessandro Zaccuri. Ce ne fossero prefazioni così. Con un piglio da autentico narratore, Zaccuri ci porta davanti agli occhi un personaggio contrastato, segnato dalla sofferenza, dalle umiliazioni, dalla visionarietà, dal tormento religioso, sorretto da una fede costante nella poesia e prima di tutto nella vita. Fiore proclamava questa fede sin dal modo con cui firmava biglietti e lettere: «Elio, vivo». Zaccuri aggiunge che avrebbe potuto scrivere: «risorto». E sottolinea subito il fondo tormentosamente religioso, profetico di questa esistenza e di questa poesia. Due episodi sono centrali. Il bombardamento del 19 luglio del 1943, quando rimase, lui ancora bambino, sepolto sotto le macerie di San Lorenzo a Roma, e si salvò grazie alle preghiere della madre. E nel 1960, quando, già impiegato in una ditta alle porte di Milano, ebbe visioni apocalittiche e un grave crollo nervoso in Duomo mentre il cardinal Montini celebrava le cresime. Da lì nasce il poeta. In Dialoghi per non morire, del 1964, c'è la nota introduttiva di Ungaretti, di una lucidità sincera, esemplare. Il vecchio maestro elogia la formidabile passione di Fiore. Ma dice anche quanto arduo cammino debba fare verso lo stile. Un po' meglio va nel secondo libro In purissimo azzurro.

A me, proseguendo nella lettura, Fiore appare il caso unico di un poeta di poeti: ossessionato da loro, dalla loro opera, dalla loro fama, ne cerca l'approvazione e l'amicizia, e li lascia incombere tutti su di sé, Leopardi, Ungaretti, Montale, Sbarbaro, Rafael Alberti, Luzi, Bertolucci, Erba, Saba, Margherita Guidacci, Ceronetti, Sibilla Aleramo, Zanzotto, Ugo Betti, e non mancano Shelley, Blake, Whitman, Ginsberg. Così, l'opera in cui Fiore trova la sua voce più sicura non poteva che essere quella in cui un poeta famoso gli fa da mentore. Il cappotto di Montale è un gioiello, il punto più alto dell'opera di Fiore. Con indosso l'Aquascutum grigio perla ereditato dall'autore di Satura, frequentato in via Bigli e a Forte dei Marmi, non senza omaggi alla Gina (strepitoso il regalo dei tre girasoli ha neppure i soldi per ritornare a Roma) Fiore si rivolge a un giovane poeta che forse non è altri che quello che lui è stato e gli porge i più saggi e disincantati e disperati insegnamenti, gli ricorda quanto è difficile essere accettati se si crede nella poesia e nella vita, rivendica che è la sua pazzia di emarginato ad avergli permesso di vedere «l'azzurra luce» di Leopardi.