Fischi per "La gazza ladra" di Chailly Si salva la regia rispettosa di Salvatores

Pubblico diviso sul direttore. Prova incolore e chiassosa dell'orchestra

L'opera che Gioachino Rossini scrisse due secoli fa (1817) per il Teatro alla Scala, La gazza ladra, è tornata nel suo luogo d'origine. La serata era doverosamente dedicata allo scomparso maestro Alberto Zedda, il quale figurava in locandina anche come curatore dell'edizione critica dell'opera. Convinto assertore dell'importanza di questo melodramma non opera semiseria ma autentica opera seria con finale lieto aggiunto quasi per dovere d'ufficio - Zedda sia come direttore che come responsabile artistico al Rossini Opera Festival di Pesaro ci ha fatto conoscere la sua copiosa invenzione e le molte virtù, smentendo il giudizio superficiale che si fermava alla sola celeberrima ouverture. Assodato che il valore della Gazza ladra non si scopre oggi (tra i primi ammiratori-esecutori- revisori ci fu il compositore Riccardo Zandonai), alla vigilia della ripresa bicentenaria scaligera non sono mancati i rituali proclami sull'assoluta integralità e aderenza all'edizione critica di questo nuovo allestimento, quasi che l'ostensione dell'autografo rossiniano, custodito nel prezioso Archivio storico di Casa Ricordi, potesse o dovesse irradiare influssi taumaturgici.

Premesso il valore storico ineludibile dell'edizione critica delle opere di Rossini, non è ozioso ricordare che un'esecuzione autentica non nasce automaticamente con l'adozione di un testo corretto, ma con la mediazione creativa del direttore d'orchestra. I chiari dissensi e i fischi indirizzati al maestro Riccardo Chailly al termine dello spettacolo, sottolineavano una prova incolore e chiassosa dell'orchestra (che calamitava anche le dinamiche del coro). Non condivisibili i contrasti indirizzati alla protagonista, stilisticamente tersa, Rosa Feola (Ninetta), come al tenore Edgardo Rocha nell'ardua e impiccata parte di Giannetto e al garbato mezzo soprano Serena Malfi (Pippo). Molto festeggiati Michele Pertusi, un Podestà Gottardo così simpatico che proprio la faccia feroce non riesca a farla e l'incisivo padre perseguitato (Alex Esposito) così come il dignitoso Fabrizio di Paolo Bordogna (Fabrizio), pur mal registrato nell'intonazione. Bravissima Teresa Iervolino (mamma Lucia), una bella scoperta per il colore scuro e la salda vocalità. Lo spettacolo era firmato da Gabriele Salvatores (scene d'ispirazione macchinosa e costumi d'epoca di Gian Mauro Fercioni), regista ben coadiuvato e attento ai necessari movimenti scenici dei singoli e alle entrate del coro. Le due idee registiche principali, di per sé non originalissime, la presenza delle mirabili marionette ambrosiane della famiglia Colla e i volteggi (arditi) alla corda dell'acrobata che impersonava la Gazza ladra, erano piuttosto insistite, e alla lunga, perdevano in freschezza (dopo il delizioso teatrino che compariva all'attacco dell'ouverture). Comunque, con i tempi che corrono in materia di regia, ovviamente creativa, chi mostra (non soltanto a parole) rispetto per la drammaturgia operistica e per Rossini, è da ringraziare sentitamente!