Foibe, Venezia snobba il film su Norma Cossetto

Il film che racconta la storia di Norma Cossetto, Red Land - Rosso Istria, arriva a Venezia. Il regista, Maximiliano Hernando Bruno, spiega: "Dal pubblico tanto calore ma gli organizzatori ci hanno snobbato"

Red Land - Rosso Istria è finalmente approdato in Laguna. La stampa ne parla, il pubblico è curioso e quella ragazza con i capelli raccolti non è più un volto anonimo su una fotografia senza colori. Norma Cossetto adesso ha l’incarnato vivo dell’attrice Selene Gandini, esule di terza generazione, che la interpreta nel film prodotto da Venice Film e diretto dal regista Maximiliano Hernando Bruno.

La pellicola, dopo sette anni di gestazione, è conclusa. È arrivata alla Biennale del Cinema di Venezia. Ed è già abbastanza se si considera la complessità delle vicende raccontate. Bruno è “soddisfatto”. Lo è “professionalmente” perché esordisce alla regia con una storia “potente e dolorosa” che, prima di lui, nessuno aveva mai raccontato. Lo è anche “umanamente” perché, quello su Norma Cossetto, è “un film nato dal cuore”. Se avesse seguito la ragione, forse, avrebbe declinato l’offerta. Proprio come ha fatto più di un regista che non se l’è sentita di accostare il proprio nome ad una pagina di storia che ancora divide. C’è però una punta di amarezza. “Il film – spiega Bruno – è stato presentato all’interno alla Biennale ma nello spazio dedicato alla Regione Veneto. Si è trattato di un evento satellite della Mostra”. “Mi sarebbe piaciuto che venisse inserito ufficialmente nella kermesse”, aggiunge.

Il trailer di Red Land e la conferenza stampa sono andate in scena in una dimensione più raccolta, a qualche passo di distanza da riflettori e passerelle. “Gli organizzatori hanno detto che c’erano già troppi film in concorso, eppure per un lavoro del genere avrebbero potuto fare un’eccezione e dargli il giusto riconoscimento”, ragiona Bruno. Gli ingredienti ci sono tutti: un cast forte, una storia misconosciuta e travolgente, puntellata da un lungo lavoro di ricerca storica. Ma alla domanda se pensa che si sia trattato di un boicottaggio ideologico, Bruno, preferisce rispondere così: “Aspettiamo che arrivi nelle sale e quale sarà l’accoglienza del pubblico, solo allora potremo dire se chi ha deciso di escluderlo ha fatto bene”.

E solo allora capiremo se “il cane nero abbia ancora”, spiega il regista. Sì, proprio lui, quel cane mitologico che veniva gettato nelle cavità carsiche assieme agli italiani. “È un’antica credenza balcanica”, racconta il regista che ci si è imbattuto negli studi che hanno preceduto la realizzazione del film. I partigiani jugoslavi lo gettavano giù nelle foibe convinti che avrebbe continuato a perseguitare le anime delle loro vittime anche nell’aldilà, coprendo con il suo latrato eterno le loro voci. E così è stato per lunghi anni. “Se questa pellicola è arrivata dopo più di settant’anni da quegli eccidi è perché evidentemente la leggenda era vera ed a me pare ancora di sentire quel cane”.

Oggi però quel rumore sembra più lontano. La verità storica, assieme al racconto di quella ragazza abusata e infoibata, sta venendo in superficie. Come un fiume carsico che viaggia sottoterra ma che, se lo si cerca bene, riappare. Ed anche se a Venezia qualcuno non se ne è accorto, presto vedremo Red Land anche sul piccolo schermo. “Rai Cinema ha acquistato la pellicola”, annuncia emozionato Bruno. Ma prima, a novembre, ci sarà la prova del botteghino. Senza timori. “La contestazioni non le temo, abbiamo trattato questa storia con delicatezza ed equidistanza”.