Quel folle Michieletto che incanta anche i rossiniani più tradizionalisti

di Paolo Scotti

Un grande autore dev'essere interpretato? O semplicemente illustrato? Lo spettatore tradizionalista non avrebbe dubbi: datemi Rossini com'è stato sempre fatto, vi risponderebbe. Ebbene: quello spettatore avrebbe presumibilmente fischiato La donna del lago che invece lunedì ha trionfalmente inaugurato il Rossini Opera Festival di Pesaro, in un tripudio di applausi, «bravo!» e pedate a ritmo sul pavimento. Perché l'interpretazione che ne ha offerto Damiano Michieletto - il regista italiano d'opera oggi più discusso e richiesto al mondo- era così radicale da risultare, alla fine, irresistibile. Immaginate che tutta la vicenda sia raccontata come il flash back di due anziani amanti. Il lago del titolo sparisce; è divenuto un'antica stanza invasa da piante lacustri: la «stanza del ricordo», appunto. E che sulla scena, all'azione dei due protagonisti (i cantanti Salome Jicia e Varduhi Abtahamyan) si aggiunga quella di commento, quasi di muto «controcanto», dei loro due «doppi» anziani, interpretati da due mimi. Il tutto giustificato dalla malinconia dell'originale di Walter Scott, nonché dall'ambiguità amorosa di alcune battute della protagonista. Detta così, una follia. Ma che quel folle di Michieletto, coadiuvato dall'evocativa scenografia di Paolo Fantin e dalle oniriche luci di Alessandro Carletti, immerge in un'atmosfera tale, sospesa fra struggimento del ricordo e metafisica del sogno, da spingere anche quegli spettatori che la ritengono solo irritante o molesta, e che a metà spettacolo mediterebbero di fischiare il regista, a farsi via via coinvolgere, e ad unirsi infine alle ovazioni che lo premiano.

Certo: nulla di questa rischiosa interpretazione non sempre esattissima, ma sempre comunque stupefacente- sarebbe stato possibile senza la musica di Rossini. Senza un direttore d'orchestra ormai definitivamente rossiniano come Michele Mariotti, attento alle sfumature malinconiche quanto agli impeti della partitura. Senza un cast esemplare, dove alla superstar Juan Diego Florez (superlativo Giacomo V) si affiancavano giovani ammirevoli quali la Jicia (allevata proprio all'Accademia Rossiniana di Pesaro), applauditissima in «Tanti affetti in tal momento», o l'entusiasmante Abrahamyan, adottata dal pubblico fin dalla cavatina d'ingresso. E festeggiata con tutti gli altri, nel trionfo conclusivo.