Un folletto fanatico dell'apparire

di Luca Beatrice

Bruttino, pelato e peloso. Eppure immortalato da alcuni dei fotografi italiani più importanti, dal suo grande amico Luigi Ghirri a Maurizio Galimberti, che unendo centinaia di polaroid ne ha ricomposto il ritratto a frammenti. Attorno a Lucio Dalla c'è sempre stata un'aura particolare, fin dagli anni '60, quando si proponeva in stile beat «figlio dei fiori». Ma la sua iconografia classica nasce qualche tempo dopo, quando comincia a calzare la coppoletta a coprire la pelata, si accorcia la barba e inforca un paio di occhialini tondi. Con pochi studiati elementi l'autore bolognese riesce a coniugare la bellezza delle canzoni con la potenza dell'immagine, il solo ritocco concesso è l'uso di un improbabile parrucchino giallo portato più che altro per vezzo e ironica vanità. L'uomo che è stato capace, per almeno un decennio, di scrivere alcune delle canzoni italiane più belle di sempre, era tuttavia un fanatico dell'immagine, e lo testimonia l'attenzione per l'arte visiva, come amatore, collezionista, gallerista e talent scout. Si circondava di quadri e foto in maniera bulimica e curiosa, aveva tra i suoi amici artisti come Paladino, Ontani e Mondino e, soprattutto nell'ultimo periodo, cercava di scoprire e aiutare nuovi talenti, come Valerio Berruti che disegnò l'artwork del suo ultimo disco di inediti. Tutta la sua storia è costellata di episodi paradossali e iperbolici, leggende metropolitane che sono un tutt'uno con Bologna, perché a Lucio piaceva cantare e suonare almeno quanto apparire. Nella sua casa di via d'Azeglio c'è ancora una parete intera di foto scattate da Ghirri, frame intensi ma mai retorici; amava commissionare agli amici pittori il suo ritratto, credendosi a ragione un po' folletto un po' saltimbanco di un'esistenza circense, ricca di colpi di scena e di passione.