Follie, incesti e sogni di gloria. Così Cannes spiega Hollywood

In "Maps to the stars" Cronenberg annienta le futili ambizioni della mecca del cinema. Ma nel dramma (vero) di "Foxcatcher" il mito americano mostra di saper rinascere

da Cannes

Che ve ne sembra dell'America? Una nazione di miliardari paranoici, atleti senza carattere, giovani psicotici, tutti ossessionati dal successo, nessuno a suo agio nella propria pelle. Al Festival di Cannes va in scena l'American Dream, naturalmente è un incubo, ma come spesso accade la tesi contiene l'antitesi e elabora una sintesi che racconta l'esatto contrario. Un Paese vitale, capace di guardare in faccia i propri limiti, in grado di correggere i propri errori.
Se, come sostiene il Cronenberg di Maps to the Stars, la fabbrica dei sogni di Hollywood è pura e semplice mistificazione, condannata all'autodistruzione, Foxcatcher di Bennett Miller ne è la più completa negazione: racconta una storia vera, ci spende su dei soldi per trasformarla in emozione sullo schermo, elabora una morale e tiene lo spettatore con il fiato sospeso, suspence reale senza effetti speciali. Alla fine, la bilancia pende più verso chi ci crede che verso chi sostiene che il tempo della creazione è finito e in scena può andare solo la dissacrazione.

Entrambi in concorso, entrambi affidati a registi di sicuro valore, i due film singolarmente si scambiano le parti. Per distruggere il mito di Hollywood, il primo si affida a un cast hollywoodiano: Julienne Moore, John Cusack, Robert Pattinson. Il secondo si accontenta di solidi professionisti, Channing Tatum, Mark Ruffalo, ma trova il suo punto di forza in un attore comico, Steve Carell, alfiere di un umorismo d'oltreoceano che spesso lascia freddi nel Vecchio continente, ma capace di un'incredibile performance, contenuta, mai fuori delle righe, eppure capace di far intendere la carica di violenza che di lì a non molto farà esplodere. Foxcatcher, dicevamo, è vita vissuta. Quella di John du Pont, ultimo rampollo di una dinastia miliardaria leader nel campo della chimica e degli armamenti, la cui ambizione segreta è di essere un leader nel campo dello sport. Un allenatore e insieme un mentore, una guida e insieme un modello comportamentale, un simbolo e insieme l'incarnazione dell'anima americana: volere è potere, il successo dipende solo da te. Appassionato di lotta libera, che la madre, amata e odiata, giudica uno sport inferiore e volgare, preferendogli i cavalli, mette gli occhi sui fratelli Schultz, Dave e Mark, già ori olimpici. Vuole essere colui che li porterà di nuovo alla vittoria e che farà di questo sport povero lo sport per eccellenza di una nazione che, ne è convinto, si sta sempre più corrompendo. Dei due fratelli, Mark, il più piccolo, è potenzialmente il più forte, ma Dave è un po' la sua coscienza e la sua sicurezza. Du Pont cerca di far leva sul suo desiderio di autoaffermazione per sostituirsi al fratello, ma fallisce. Decide allora di puntare su quest'ultimo, convincerlo che loro due rappresentano la rinascita della lotta e il sorgere di un «uomo nuovo» americano, ma la semplicità di Dave non contempla né sopporta manipolazioni. Tre colpi di pistola lo lasceranno sul selciato e apriranno a du Pont le porte del carcere dove poi morirà.

Di fronte a questa storia semplice, tragicamente semplice, Maps to The Stars di David Cronenberg schiera una serie di casi clinici. C'è un terapeuta corporale, ciarlatano divenuto guru delle celebrità; suo figlio Benje, 13 anni e già drogato, bambino prodigio e milionario delle serie tv; una attrice in crisi per colpa dell'età (ha superato i 40 anni) che vorrebbe interpretare un ruolo già portato sullo schermo dalla madre defunta; una giovane piromane, figlia sempre del sunnominato ciarlatano e innamorata del fratello, così come del resto accadde a suo padre con sua madre, che era infatti sua sorella. Tutti sono, naturalmente, sull'orlo di una crisi di nervi, vittime di allucinazioni, tutti ripetono come un mantra i versi di una poesia di Paul Eluard, Liberté, che non è essere liberi, ma raggiungere la gloria che li renderà immortali. Per Cronenberg, insomma, Hollywood è un mondo popolato di fantasmi, incestuoso nel suo autoriprodursi (le serie all'infinito, lo sfruttamento economico come unico metro) crudele e ipocrita, limitato pur se universalmente esteso. Non c'è spazio per la normalità, e quindi per la vita, ma solo e comunque per un'artificialità che diventa l'unica ragione di sopravvivenza, la celebrità che affranca da tutto.

Ironico, crudele, Maps to the Stars piacerà a chi è ossessionato dallo star system, la sua mitologia, le sue efferatezze. Chi, come noi, è più freddo al riguardo, resta dell'idea che dopo Viale del tramonto, sul tema ci sia poco da aggiungere. «Gli piacevano tanto le piscine e ora ne ha una tutta per sé» diceva la voce fuori campo, mentre la macchina da presa inquadrava il corpo senza vita di William Holden a pelo d'acqua, prima mantenuto e poi vittima dell'ossessione di Gloria Swanson nel ruolo di una diva del cinema muto dimenticata. Epitaffio perfetto per Hollywood e dintorni. Ciak, si gira.