Il fotografo delle rockstar "sviluppa" gli scatti della sua carriera

Dagli U2 ai Rolling Stones, da Gwen Stefani ai Coldplay, passando per Ligabue e Zucchero. Negli ultimi 15 anni Alessio Pizzicannella ha immortalato musicisti di tutto il mondo. Nella prima mostra fotografica, Just a Shot Away, i suoi ritratti. A noi svela i segreti degli artisti

Richard Ashcroft, foto di Alessio Pizzicannella
Negrita, foto di Alessio Pizzicannella
Elliott Smith, ritratto di Alessio Pizzicannella

"È stato un attimo, un flash". Che la passione per la fotografia lo abbia rapito in modo totalizzante lo si nota dalla descrizione che Alessio Pizzicannella fa del suo approdo alla professione. Lui, ora famoso e richiesto fotografo di rockstar italiane e internazionali (ma non solo), ha iniziato ad appagare la sua sete di musica accreditandosi nei concerti londinesi come fotografo. Erano gli anni d'oro della discografia. Nel 1996, si è trovato catapultato al New Musical Express, uno dei più influenti periodici musicali dell'epoca. Da lì è partita una carriera fatta di scatti, ritratti e immagini storiche alcune delle quali verranno mostrate, per la prima volta, negli spazi espositivi Plastic, in via Forcella a Milano dal 14 al 18 novembre.

Il titolo della mostra, "Just a shot away", rispecchia il tuo modo di lavorare?

"In qualche modo sì. Nel senso che io di solito scatto, faccio il lavoro, lo consegno e le mie foto non le riguardo mai".

Nessuna autocelebrazione insomma.

"Assolutamente. Ho delegato il compito di scegliere le 100 fotografie a un foto editor perché in alcune sono emotivamente coinvolto e non avrei avuto un giudizio obiettivo".

Nel tuo percorso, è venuta prima la passione per la musica e poi quella per la fotografia.

"È iniziato per gioco, poi è diventata una ossessione. Una passione totalizzante. Vedo un film e non me lo godo perché guardo una immagine che mi stimola e mi metto a pensarci su. Poi il film finisce e naturalmente non ho capito nulla della trama".

Rispetto al passato il tuo mestiere è cambiato. Si è passati da una sorta di leggerezza e ingenuità a una standardizzazione e precisione chirurgica dell'immagine. Hai vissuto questa virata?

"Quando ho iniziato io questo passaggio era già avviato. Ora guardo con invidia le foto di chi lavorava negli anni '70 e '80. C'era un atteggiamento più naif, non c'erano uffici stampa e case discografiche che blindavano e puntavano così tanto sull'immagine e quindi avevi foto come quelle di Kieth Richards scattate da Annie Leibovitz".

E questo cambio di rotta quanto penalizza un fotografo?

"Da una parte, dovendo stare molto più attenti all'immagine, il nostro lavoro diventa più importante, mentre una volta il fotografo era più nell'ombra"

Ma?

"Si è persa la magia, il mito con il quale è cresciuto chi ascoltava quel tipo di musica lì. Ora è tutto patinato, “leccato”. Ma non c'è più la poesia del passato e questo penalizza la discografia stessa perché il patinato è una barriera tra l'ascoltatore e l'artista, una barriera che non ti permette di affezionarti all'artista. Ci sono solo immagini standardizzate e si vendono prodotti diversi ma nella stessa identica materia"

E come si reagisce a tutto questo?

"Io provo con tutte le forze a staccarmi da questi standard e per fortuna ho guadagnato la fiducia di diversi artisti che mi lasciano fare. La fiducia e l'interazione sono fondamentali per avere libertà di movimento"

Esiste una foto perfetta?

"Se esiste, non saprei definirla. Perché un'immagine può essere perfetta sia che venga progettata, pensata e fatta in studio sia che venga scattata all'istante, per caso o in una situazione inaspettata"

Le foto a cui sei più legato?

"Una con Elliot Smith. Passai una giornata con lui a far foto in un festival musicale a Oustin in Texas. Rivederla mi emoziona sempre (Elliote è morto nel 2003, ndr). E poi un ritratto di Richard Aschroft"

L'artista che avresti voluto immortalare?

"Amy Winehouse. Mi ispirava retrò, vintage. Le avrei fatto una foto alla Jim Marshall, magari in una città americana"

L'episodio più imbarazzante?

"È successo con i Negrita in Sudamerica. Durante un tour di un mese, arriviamo in Uruguay, loro litigano furiosamente, rimaniamo bloccati in un albergo di Montevideo che sembrava un blocco sovietico, grigio, triste, nessuno parlava con nessuno, non era il momento per la fotografia"

E cosa è successo dopo?

"Ho alzato il telefono e li ho chiamati a rapporto uno alla volta, ma c'era questa atmosfera fredda. Senza scambiarci una parola, ho fatto le foto a tutti singolarmente. È stata una sorta di Via Crucis"

Va beh, mi aspettavo peggio.

"Allora ti racconto questa"

Spara.

"Io abitavo a Londra. Mi mandano a Orlando, in Florida per fotografare il rapper R Kelly. 14 ore di volo, arrivo alle 10 nel suo studio, che poi altro non era che un capannone isolato, lui si presenta alle 17. Passo sette ore su un divano a vedere Mtv. Inizio finalmente a fare i primi scatti e a un certo punto il suo manager mi sussurra alle spalle e mi dice che ho sette minuti. Ho odiato quell'atteggiamento così prepotente e poco rispettoso..."

Facciamo una rassegna di alcuni degli artisti finiti nel tuo obbiettivo. Neil Young?

"Un dio. Ho qualsiasi cosa abbia prodotto nella sua vita".

Rolling Stones?

"Sono il rock. Punto e basta"

Metallica?

"L'infatuazione adolescenziale, dai 15 ai 20 ero ossessionato. Quando sono andato a fotografarli, in mezzora abbiamo iniziato a scherzare, è partito quell'umorismo da terza media"

Quanto conta l'empatia con l'artista?

"Se la band o il cantante percepisce che sei uno di loro, che lo conosci, abbassa la guardia e ti permette di lavorare meglio"

Continuiamo: Rem?

"Mi ricordano i 18 anni con Loosing my religion"

U2?

"Ogni volta che li vedo dal vivo sembrano come una astronave che ti atterra in testa, creano un muro di suono spaziale"

Coldplay?

"Condivido con loro gli inizi della mia carriera. Quando ero all'NME, un mio collega era titolare di queste microscopiche case discografiche e faceva la gavetta, come me e come i Coldplay".

Oasis?

"La colonna sonora dei miei dieci anni a Londra. Il mio terzo concerto da fotografo è stato il Knebworth , l'evento musicale simbolo del brit pop".

Gwen Stefani?

"Una professionista mostruosa, mai visto nessuno lavorare in quel modo. Siamo stati tre giorni sul set dalla mattina alle 5 alla sera alle 22 e non l'ho mai vista imbronciata. Ha una forza pazzesca e una metodologia del lavoro che è impressionante. Una schiacciasassi. Non per nulla è americana"

Max Gazzè?

"È un personaggio senza tempo, lo puoi collocare in qualsiasi epoca. Io lo adoro, sia musicalmente che umanamente. È uno che ti cita i Monti Python a memoria tutti e guida in Formula 3".

Ligabue?

"È lo stakanovista italiano. È uno che ha capito che fare il musicista non è solo salire sul palco e suonare. Lui si applica e va oltre allo scrivere una canzone".

Cremonini?

"Bella testa, molto profondo, di una intelligenza pazzesca".

Zucchero?

"Il mio nuovo idolo, l'ho conosciuto a Italia loves Emilia, mi ha conquistato. Lui partendo dalla campagna più estrema dell'Emila è arrivato a Miles Davis. Si è portato Jeff Beck, ha collaborato con Eric Clapton".

Gianna Nannini?

"Una delle poche che è riuscita a superare i confini, un talento puro, senza regole".

Qualcuno che non fotograferesti mai?

"Non ho nessuna pregiudiziale. Ti posso dire che non farei mai il paparazzo né i calendari"

Renga?

"Un fratello".

Del Piero?

"Lo adoro, anche se sono romanista. I calciatori sono più a loro agio davanti a un obbiettivo rispetto ai musicisti".

Il più fotogenico?

"Mmm...Richard Ashcroft. È il classico brutto bellissimo. Sta bene, dovunque lo metti".

Il meno fotogenico?

"Le modelle"

Stai sfatando un'icona, lo sai?

"Lo so, ma a volte nei servizi di moda ti mandano delle modelle che se le vedessi senza i miracoli di Photoshop..."