Francis Bacon a Monaco per giocare alla grande arte

Le puntate al casinò mettevano in circolo l'adrenalina che il pittore sfogava nelle sue opere più "rischiose"

Poco originale dire di un grande artista del 900 che ha avuto un rapporto fondamentale con Parigi e la cultura francese. Ma per Francis Bacon, inglese nato a Dublino nel 1909, vale la pena sfidare il luogo comune: quando arriva a Parigi è solo uno scapestrato ragazzo sfuggito alle botte del padre perché omosessuale e non ha mai pensato di dipingere. Lo fa per la prima volta davanti ai lavori di Picasso alla Galleria Rosenberg nel '27, intuisce qui "la brutalità del fatto" da esprimere ma già qualcosa gli si è mosso dentro davanti a La strage degli innocenti di Poussin. È a Parigi poi che gli importerà avere successo, essere riconosciuto come pittore. A Parigi diventa bohémien e, paradosso sottolineato dai biografi, l'artista londinese per eccellenza, cioè acquista quello stile "d'oro e di fango" di cui dice l'amico poeta Dylan Thomas, che poi sarà suo fino ai detriti sedimentati del suo ultimo atelier in un vecchio fienile/scuderia al 7 di Reece Mews in South Kensington. Ma se la Tate gli dedica una retrospettiva già nel 62, quella al Grand Palais del '71 rimane per lui la mostra della vita (solo Picasso prima ha avuto qui una retrospettiva da vivo), lavora senza tregua per portarci lavori inediti e "se i francesi apprezzeranno il mio lavoro allora potrò pensare di essere in qualche modo riuscito".

Meno noto il rapporto con il Principato di Monaco, dove Bacon si reca spesso fin dalla giovinezza e poi fino agli anni '90, con residenza fissa dal '46 al '50. E dove fino al 4 settembre è in corso al Grimaldi Forum Bacon, Monaco e la cultura francese a cura di Martin Harrison, con i contributi della Francis Bacon MB Art Foundation inaugurata due anni fa nel principato e della Estate of Francis Bacon a Londra. Harrison è autore di un recente catalogo ragionato su Bacon ed è stato prezioso intermediario per ottenere in una mostra di circa sessanta opere oltre ai prestiti istituzionali (Tate Britain, Centre Pompidou tra gli altri) opere private misconosciute, se non inedite come Study of a Bull del '91, proposto quindi come l'ultimo quadro finito dall'artista che muore nel '92. (E non dunque Second Version of Triptych, 1944, pure in mostra). A Monaco dopo la guerra Bacon lavora molto, distrugge moltissimo, si dissolve per giorni al casinò. Ha una febbre del gioco che ha molto a che fare con il suo modo di dipingere ("la pittura è come la roulette, gira e non puoi farci niente"), l'azzardo gli scarica in corpo la necessaria adrenalina e Bacon dipinge e poi furiosamente distrugge e ridipinge, come se rigiocasse i suoi guadagni puntando più in alto. Nelle lettere ai collezionisti propone opere per un prezzo molto inferiore "a quello che mi sono costate al gioco", spesa necessaria al meccanismo della creatività.

È un giocatore bohèmien in un gentleman inglese che Ian Fleming frequenta quando crea il personaggio di Bond per Casinò Royale. Condivide con il giocatore di Dostoevskij la "sete del rischio" che in lui funziona in parallelo con la scommessa, scacco o riuscita, sulla pittura. Ma restare senza argent scatena il caso anche per soluzioni tecniche definitive: Bacon rinuncia ai cavalletti e comincia a sospendere la tela sul muro, dipinge sul retro delle tele usate e scopre il côté brut più congeniale alla saturazione del colore. Ma soprattutto a Monaco Bacon diventa pittore del corpo perché qui comincia a lavorare alle teste dei suoi papi urlanti, quasi cinquanta variazioni in vent'anni, dal ritratto di Velázquez di Innocenzo X. Lo ha sempre visto solo in riproduzioni ma è un fatto che oggi non sia possibile riferirsi a quell'opera senza passare per Bacon. In mostra anche Head VI del 49, la prima testa vista dal pubblico, inquadrata nella gabbia come da Giacometti, fonte viva di Bacon, dopo Degas, Toulose Lautrec, Leger, Lurçat, Rodin. Soutine, forte in Bacon nella serie ispirata al distrutto Il pittore sulla strada di Tarascona di Van Gogh: due i lavori esposti, l'artista esce dalla gabbia e va in strada col tratto rapido e materico, le deformazioni allucinate e il colore delle carni squarciate di Soutine. Obiettivo dichiarato del pittore che torna a Londra come rappresentante di un figurativo molto sui generis: la pittura come veicolo di una sensazione che colpisca il sistema nervoso. Nessuna narrazione, nessuna enfasi. Davanti alle piroette della disperazione nel vuoto di blocchi di carne ricomposti in Triptych- studies of the Human Body del 70, neanche per Milan Kundera la sensazione trova la parola giusta. Si tratta di un inedito per il Grand Palais come Lying figure in a mirror. Per Bacon la vita è più crudele delle sue tele e lui vuole cogliere il realismo più assoluto, il reale quando evolve al punto di maggior strazio. È questo che lo separa dal Picasso cubista, i ritratti in mostra, estratti col forcipe dalla riproduzione fotografica, hanno iniettato dentro questo senso d'urgenza. George Dyer, suo compagno molto ritratto in vita, si uccide in albergo alla vigilia dell'inaugurazione al Grand Palais e in Portrait of a man walking down steps del 72 Bacon fissa la fragilità nella discesa, la mano si aggrappa ad un tendone nero e il corpo si scioglie nello sguardo appannato di chi osserva. Study of a Bull, toro solitario con specchi, a latere di Triptych dell' 87 sul tema della corrida, continua l'omaggio ai versi di García Lorca e a Miroir de la tauromachie di Michel Leiris. Ma c'è soluzione di continuità, un'insolita pacatezza formale suggerisce un autoritratto definitivo. Bacon muore a Madrid e la mostra si trasferisce dal 30 settembre al Guggenheim di Bilbao, in un'edizione focalizzata sul rapporto dell'artista con la Spagna.